Senza categoria – Ristruttura Interni
  • +328 2883309
  • info@ristrutturainterni.com

Senza categoria

Come trasformare l’area lavaggio in una postazione bella ed efficiente

Come trasformare l’area lavaggio in una postazione bella ed efficiente

Spesso sottovalutata, causa il maggior interesse che oggi riveste tutto ciò che riguarda la cottura, la zona lavaggio è invece di grande importanza, al pari di tutte le altre funzioni che si svolgono in cucina.

Protagonista indiscusso è il lavello, generalmente incassato nel piano di lavoro o totalmente integrato. Dimensioni, funzionalità e facilità di pulizia sono i fattori che devono guidare nella scelta. Non ultima poi la lavastoviglie, sempre più presente nelle nostre case e sempre più attenta al risparmio, in termini di consumi energetici ed idrici. Anche i rubinetti, funzionali e di design, grazie alla crescente sensibilità ecologica, vengono fabbricati con tecnologie per limitare l’impiego d’acqua, evitando inutili sprechi.

In base alla composizione del nucleo familiare ed alle nostre abitudini, si deciderà infine se privilegiare lo spazio da dare all’una ed all’altro.

Disposizione e sicurezza della zona lavaggio

Fondamentale nella progettazione della zona lavaggio è distanziare sufficientemente il lavello dal piano cottura, per un comodo utilizzo di entrambi in tutta sicurezza.

Anche lo spazio minimo potrebbe essere 30 cm, è consigliabile lasciarne 60, da destinarsi all’incasso della lavastoviglie, ad area di preparazione dei cibi, per agevolare le operazioni di carico e scarico della lavastoviglie ed il prerisciacquo dei piatti sporchi.

L’utilizzo contemporaneo di lavello e piano cottura, se troppo vicini, può intralciare il lavoro o, peggio ancora, causare incidenti.

Per quanto riguarda gli impianti, proprio sotto la base con lavello, essendo priva di schienale, è consigliabile prevedere scarichi ed allacciamenti idraulici, nonché la presa della lavastoviglie.

Anche se c’è la lavastoviglie è consigliabile avere uno scolapiatti, all’interno di un pensile o vicino al lavello, sul gocciolatoio. In alternativa, si può prevedere un “canale attrezzato”, struttura profonda circa 20 cm da collocare tra le basi e lo schienale della cucina. Perfetto per isole, può avere scolapiatti o scola bicchieri collegati direttamente al sifone, vani per prese elettriche, interruttori per elettrodomestici e rubinetto del gas.

C’è chi la considera superata, in realtà vale ancora come guida. Per lavorare comodamente, la linea immaginaria che unisce lavello, piano cottura e frigorifero non dovrebbe mai essere lunga, perché costringerebbe a movimenti continui tra una zona e l’altra; ma nemmeno troppo corta, anche per una questione di sicurezza.

Il ruolo centrale del lavello nella progettazione della cucina

Nelle cucine componibili, il lavello viene inserito in una base appositamente forata nella parte superiore. Fanno eccezione i modelli in materiali a base di resine, che sono totalmente integrati nel piano di lavoro, senza giunture o con giunture rese invisibili da particolari tecnologie.

Il lavello andrebbe collocato nella zona più luminosa della cucina, anche se la sua posizione è sempre vincolata a quella degli impianti.

I modelli da incasso, possono essere a filo, sotto o sopra il top. I primi non sporgono sul piano di lavoro, facilitando la pulizia. I secondi invece trattengono più facilmente gli schizzi d’acqua.

A seconda del tipo e del numero di vasche, una, una e mezza o due, il lavello può essere incassato in vari tipi di basi. I più piccoli sono di circa 40 cm e sono pensati per l’incasso in moduli di 45 cm.

I più grandi sono di circa 120 cm e sono attrezzati con 2 vasche più gocciolatoio (per basi di 80 e 90 cm).

L’acciaio inox è sempre tra i materiali più utilizzati, meglio se del tipo AISI 304 e 316, i più adatti al contatto con gli alimenti. E’ però soggetto a macchie di calcare (facilmente eliminabili) ed a piccoli graffi (donano un aspetto vissuto).

Meglio preferire le finiture satinate.

Le alternative più attuali sono i materiali acrilici ed i conglomerati di quarzo ad alte prestazioni, in assorbenti ed altamente resistenti. Sono indicati se si vuole ottenere la perfetta integrazione tra lavello e top.

Cosa comprende anche la zona lavaggio?

Non solo vasche o cestelli: la zona lavaggio comprende anche tutto ciò che sta al di sotto della base con il lavello. Innanzitutto il sifone, che oggi occupa sempre meno spazio e consente di alloggiare anche due cestoni, di cui uno può accogliere i contenitori della raccolta differenziata.

Quando lo spazio è poco, meglio non sprecare centimetri preziosi.

Per poter utilizzare al meglio il sottolavello, è consigliabile scegliere sifoni compatti, che aderiscono alle pareti di fondo della base.

Intorno alla zona lavaggio, ma non solo, il piano di lavoro deve essere salvaguardato da possibili infiltrazioni. Molti lavelli dispongono per questo di profili salvagocce, ma è preferibile prevedere anche protezioni laterali e frontali.

Con le prime soprattutto se il lavello è installato in una base terminale, si impedisce che l’acqua scivoli lungo il fianco della cucina, rovinandolo e diventando un potenziale pericolo.

Le cosiddette “alzatine”, meglio se in alluminio, devono avere il bordo rialzato e sigillato con gomme siliconiche.

Rubinetti, originalità dei modelli e varietà delle finiture

I rubinetti per cucina sono realizzati in ottone o in acciaio inox. Entrambi in numerose finiture, dalla cromata alla satinata, coordinate a quella del lavello.

Oggi la maggior parte è del tipo monocomando: con un’unica leva si gestiscono temperatura e flusso dell’acqua.

Molto utile la doccetta estraibile, con cui è possibile pulire ogni angolo della vasca o riempire d’acqua le pentole più comodamente.

I modelli semi professionali sono alti e con corpo sinuoso; in presenza di pensili, occorre assicurarsi  che vi sia abbastanza spazio per l’installazione. Sono pensati soprattutto per isole e penisole.

Se lo spazio è poco, preferire rubinetti bassi e con bocca d’erogazione sporgente.

Rubinetti particolari sono quelli con corpo “abbattibile” per il sottofinestra oppure adatti per essere nascosti, insieme al lavello, sotto il top della cucina.

Finestre a tutto vetro, soluzioni architettoniche di tendenza

Finestre a tutto vetro, soluzioni architettoniche di tendenza

Come nell’arredo, anche i serramenti oggi puntano su linee pulite ed essenziali: ne sono un esempio gli infissi definiti “tutto vetro”, in cui quest’ultimo svolge un ruolo da protagonista e, per contro, i profili (la struttura) risultano molto sottili.

Il risultato sono finestre e soprattutto portefinestre che mutano la percezione degli spazi, dando l’impressione che gli ambienti interni si fondano con l’esterno.

Una soluzione perfetta per case con giardino o con viste panoramiche, ma anche nelle grandi città, in cui si sente di più il bisogno di luce naturale.

Non bisogna pensare che si tratti esclusivamente di un aspetto “estetico” o decorativo, perché proprio per via dei profili ridotti, è il vetro stesso a diventare elemento “strutturale”.

Quindi altamente performante, in particolare dal punto di vista dell’isolamento termico finalizzato anche al risparmio energetico.

La struttura dei serramenti “tutto vetro”

Nella versione più diffusa, i serramenti detti “tutto vetro” hanno profili (la struttura) assolutamente essenziali, sia per le ante sia per il montante centrale, che di conseguenza toglie il minore spazio possibile al vetro.

L’evoluzione delle tecnologie e dei materiali hanno permesso tutto ciò senza minare le performance tecniche degli infissi. Ma ne esistono anche altre tipologie.

Una versione più estrema e dall’estetica molto minimalista è rappresentata dai serramenti che sembrano privi di struttura, poiché appaiono quasi solo di vetro.

In realtà, all’interno degli ambienti domestici la lastra di vetro è incollata al profilo, mentre all’esterno si vede solo una lastra di vetro che scompare dentro la parete, lasciando a vista solo una struttura molto sottile.

In alternativa, il vetro può essere incollato sia all’estero sia all’interno dell’anta che risulta così a filo della parete.

Il vetro, esterno o interno, può avere una sottile serigrafia nera che viene eseguita con un trattamento specifico sulla cornice. In tutti questi casi il vetro viene definito “strutturale”.

Non si tratta solo in un elemento estetico e non si limita a garantire la luminosità all’interno degli ambienti. Viene definito in questo modo quando contribuisce al “sistema finestra” con un ruolo, appunto, strutturale, sia meccanico sia di sicurezza. Aiuta quindi a dare stabilità e rigidità al serramento e ne migliora le prestazioni termiche ed acustiche.

L’assemblaggio può avvenire con adesivi fluidi che vengono spalmati sull’anta prima del posizionamento del vetro oppure con incollaggio a secco tramite speciali nastri adesivi. (soluzione più pratica).

Come ottenere profili sottili?

Profili sottili si possono ottenere con tutti i materiali anche se, in genere, con legno ed alluminio si ottengono gli spessori più ridotti (circa 55-65 cm), leggermente più alti se di pvc. (circa 70 mm).

  • Legno: di pregio ed intramontabile. Materiale naturale ed evergreen, contribuisce ad arredare con stile gli ambienti, tradizionali ma anche moderni. Il legno è ancora molto utilizzato nei serramenti anche per la capacità isolante, sia termica sia acustica. In genere viene impiegato il tipo lamellare, composto da più strati incollati e pressati, per assicurare elasticità ed indeformabilità, anche con il passare del tempo. Infatti non si dilata e non si curva. Essendo un materiale vivo, il legno necessita di manutenzione, quindi va curato e nutrito con costanza, anche se verniciature e finiture ad alta tecnologia lo rendono più protetto.
  • Alluminio: riciclabile e pratico. Indeformabile, resistente e durevole, non richiede alcun tipo di manutenzione. Inoltre è riciclabile. Il difetto è quello di essere un materiale ad alta conducibilità termica, perciò è importante assicurarsi che l’infisso sia a taglio termico, cioè abbia un sistema di camere interne e guarnizioni che interrompano la conduzione e quindi la dispersione del calore. In questo modo vengono evitati fenomeni di condensa d’inverno e surriscaldamento d’estate.
  • Pvc: resistente e duraturo. E’ un materiale termoplastico ricavato da alcune materie prime naturali; è riciclabile e può essere quindi reimmesso nel ciclo produttivo. Ha buone proprietà meccaniche e di resistenza all’abrasione, all’usura ed all’invecchiamento, agli agenti chimici ed all’attacco di funghi e batteri.

La manutenzione è minima ed è ampia la scelta delle finiture, anche ad effetto legno. Tutte queste caratteristiche hanno contribuito al successo crescente dei serramenti con profili in pvc, insieme al prezzo competitivo ed alle innovazioni che ne hanno migliorato le prestazioni. Si tratta di un materiale leggero ed idrorepellente, che in genere viene rinforzato con anima in acciaio per rendere il serramento resistente ed evitarne deformazioni.

La conducibilità termica è molto bassa, quindi non trasferisce il calore e garantisce ottime prestazioni energetiche. La presenza di diverse camere d’aria all’interno dei profili, fino a 7, evitano problemi di dispersione termica.

Per i serramenti in pvc esistono due classi, in base alla norma EN 12608, che si riferisce alla durabilità, distinguendoli in base alla zona climatica: la classe S è quella adatta ai climi severi, la classe M a quelli moderati. L’Italia rientra nel clima severo.

Per aumentarne le prestazioni, i profili dei serramenti possono essere realizzati accoppiando due materiali, sfruttando così le qualità di entrambi, sia in termini estetici, sia prestazionali.

La combinazione più utilizzata è legno/alluminio, seguita da legno/pvc. Talvolta, però, si trovano anche tre materiali che lavorano in sinergia: ai serramenti in legno e pvc si può infatti aggiungere un “guscio” esterno in alluminio. Si ottiene un effetto rinforzante, che incrementa la stabilità del telaio anche in presenza di condizioni atmosferiche estreme.

Marchio Posa Qualità Serramenti

Se un serramento di qualità viene posato male o in modo scorretto può perdere le sue performance. E’ perciò importante che la messa in opera sia eseguita da posatori qualificati nel rispetto della norma UNI 11673-1, Posa in opera di serramenti.

Per fornire al consumatore la garanzia che le proprietà dell’infisso siano reali e la posa qualificata, è stato creato il Marchio Posa Qualità Serramenti nato da un accordo tra Anfit, CNA, Confartigianato, LegnoLegno, FederlegnoArredo, PVC Forum e UNICMI, associazioni rappresentative della filiera dei serramenti.

In realtà si tratta di tre marchi: Progettazione, Posa e Assicurazione. Per certificare la qualità della progettazione vengono eseguiti severi test di laboratorio nel rispetto delle norme UNI di riferimento.

Per la posa vengono effettuate prove in cantiere, con verifiche specifiche. Per l’assicurazione è possibile sostituire i serramenti che, dopo l’installazione, non sono idonei alle prestazioni a cui sono destinati per difetti, rotture o posa non corretta; la garanzia vale 5 anni, che diventano 10 con contratto di manutenzione.

Fino al 31/12/2019 la sostituzione di infissi dà diritto ad uno sconto fiscale pari al 50% delle spese sostenute, per un tetto massimo di 60.000 euro. Devono però rispettare precisi requisiti di trasmittanza termica.

Impianto elettrico a rischio zero: come funziona?

Impianto elettrico a rischio zero: come funziona?

Un impianto elettrico senza rischi è quello realizzato a norma da personale specializzato con componenti di qualità.

La legge in materia di sicurezza degli impianti è il Decreto del Ministero dello Sviluppo n°37 del 22 Gennaio 2008 (“decreto Bersani”), che ha sostituito (pur mantenendo valide alcune sue indicazioni) la legge 46/90. Prevede i seguenti obblighi:

  • il proprietario dell’impianto è tenuto a farsi carico della manutenzione dello stesso e delle apparecchiature connesse, facendo sostituire i componenti non appena si rilevano segni di degrado (ad esempio, una presa staccata dal muro);
  • di realizzare a regola d’arte tutti gli impianti degli edifici e solo da parte di personale qualificato ed abilitato;
  • di rivolgersi a personale qualificato ed abilitato anche solo per modifiche sostanziali degli impianti.

Altra legge fondamentale per la sicurezza in casa è il Dpr 462/2001 che obbliga verifiche periodiche degli impianti, da sostenere ogni 2 o 5 anni.

A dettare invece le regole specifiche tecniche sull’impianto elettrico sono la norma Gei 648, entrata in vigore il 1 Marzo 1993 e la variante V3, valida dal mese di Settembre 2011.

Struttura di un impianto elettrico domestico

Il centralino singolo (ovvero il quadro elettrico dell’abitazione, che in genere è posizionato vicino alla porta d’ingresso) deve avere un interruttore generale ed almeno due di quelli differenziali (detti “salvavita”).

Il numero di linee dipende invece dai mq della casa e dal livello di impianto adottato.

Oltre a questa parte tecnica, l’impianto elettrico domestico è formato da:

  • punti prese per l’attacco dei vari elettrodomestici
  • interruttori magnetotermici
  • interruttori semplici o composti per comandare i punti luce
  • un sistema di messa a terra dell’impianto nella sua tonalità (il conduttore di terra va portato all’interno del centralino).

Consigli utili per non avere alcun rischio

  • ricorrere ad imprese abilitate (iscritte alla Camera di Commercio) per installazione, trasformazione, ampliamento e manutenzione;
  • acquistare solo apparecchiature con marchio CE e preferire quelle con, in più, un marchio di qualità (per esempio IMQ);
  • contattare sempre e solo un centro assistenza o un tecnico abilitato in caso di guasti o malfunzionamenti;
  • usare solo prese multiple dotate di protezione e non eccedere nel collegare più apparecchi di quelli previsti;
  • sostituire le prese danneggiate. Segni di degrado sono: annerimenti esterni e rotture;
  • far sistemare anche le prese staccate dalla parete;
  • sostituire i cavi e le spine degli elettrodomestici quando sono danneggiati o fissati male.

Quali sono le novità introdotte per tutti gli impianti elettrici di nuova realizzazione?

Ogni impianto elettrico è caratterizzato da dotazioni minime stabilite per legge.

Nei nuovi impianti la potenza contrattuale impegnata fornita ai privati dai gestori viene diversificata in base alla superficie della casa: 3 Kw è il valore minimo per abitazioni con superficie fino a 75 mq e 6 kW è quello minimo per le abitazioni con superficie oltre i 75 mq.

Anche se l’utente poi effettivamente non impegna queste quantità è corretto che l’impianto elettrico sia predisposto per supportarle.

Gli impianti esistenti, che in genere sono dimensionati per 3 kW di potenza, possono essere comunque incrementati a 4,5 kW o addirittura a 6 kW, se sorge l’esigenza di un utilizzo maggiore di energia. La richiesta va inoltrata direttamente al gestore.

Ad impianto installato, è obbligatorio farsi rilasciare dal tecnico la Dichiarazione di conformità, che deve essere sempre conservata e serve anche nei passaggi di proprietà dell’edificio: si tratta di un documento in cui si descrivono i lavori eseguiti e si attesta la conformità alle norme di settore (emanate dal Cei, Comitato elettronico italiano) dei componenti utilizzati.

E’ spesso richiesto anche dalle compagnie assicurative o dagli istituti bancari come requisito per la sottoscrizione di una polizza.

Dichiarazione di conformità e Certificato di corrispondenza: quali sono le differenze?

Gli impianti installati dopo l’entrata in vigore della legge 46/1990 devono essere certificati dell’obbligatoria Dichiarazione di conformità che attesta che l’impianto rispetti i parametri fissati dalle normativa vigente ed è stato realizzato/controllato da un tecnico abilitato.

Per quelli posati prima di questa legge, invece, è necessario produrre un Certificato di corrispondenza. Per ottenere questo documento, si deve dare l’incarico ad un professionista iscritto da più di cinque anni all’albo professionale o ad un responsabile tecnico di un’impresa abilitata operante nel settore elettrico (come specificato dal DM 37/08).

Questo certificato è molto simile alla Dichiarazione di conformità ma la sua compilazione richiede diverse verifiche: il tecnico deve segnalare se l’impianto è a norma e sicuro, ma anche verificare la quantità di elettricità che passa, la potenza, il tipo di materiali usati, gli interruttori e deve certificare la conformità alle norme.

Il tecnico può certificare la potenza massima supportata dall’impianto e quindi suggerire fino a quanti elettrodomestici si possono collegare.

Se l’impianto è visionato, invece, non risultata a norma, il professionista deve suggerire come e dove intervenire e quali modifiche apportare affinchè si possa poi compilare il Certificato.

Per capire se l’impianto un po’ datato di casa è proprio sicuro, è possibile eseguire un semplice test di autodiagnosi. Ci si può aiutare anche seguendo il questionario proposto sul sito. Prosiel.it

La prima cosa da verificare è l’indispensabile presenza, nel quadro generale, dell’interruttore differenziale, il cosiddetto “salvavita”: interrompe il flusso di energia elettrica in caso di guasti o sovraccarichi.

Un altro elemento che aumenta la sicurezza in casa è “la messa a terra”: è un collegamento che disperde nel terreno correnti elettriche che potrebbero essere pericolose.

Se vi sono bambini, verificare che le prese contengano schermi di protezione che impediscano di inserire oggetti o dita.

I cavi elettrici devono essere incassati nella muratura o protetti in apposite canaline (mai scoperti). Mentre interruttori e prese devono essere ben fissati alle pareti per evitare di entrare in contatto con parti dell’impianto.

Il libretto d’impianto: uno strumento utile

Per garantire il massimo controllo ed aumentare la sicurezza nelle abitazioni, Prosiel, dal 1989 redige un libretto simile a quello rilasciato per l’installazione e la manutenzione delle caldaie, con la differenza, però, che non è obbligatorio per legge.

Tale libretto contiene le istruzioni d’uso e di manutenzione dell’impianto e delle apparecchiature di casa, le relative garanzie e le informazioni fornite dall’impresa installatrice per la gestione nel tempo.

E’ una sorta di guida che indica anche quando svolgere i controlli ordinari e quelli straordinari per garantire la sicurezza dell’abitazione: una sorta di certificato di salute dell’impianto elettrico.

La sua funzione è quella di fornire al proprietario le istruzioni che consentano di rispondere al D.M. 37/08 ed agli obblighi previsti, tra cui quello di adottare le misure necessarie per conservare le caratteristiche di sicurezza.

Per ottenere il libretto elettrico sul proprio impianto bisogna contattare l’installatore di fiducia o un professionista che abbia i requisiti stabiliti dal DM 37/08: una figura abilitata ad eseguire le verifiche sulla manutenzione di tipo ordinario e straordinario.

Il tecnico esegue un check up energetico ed un controllo dei carichi, aggiorna il libretto con le informazioni dell’impianto e dei dispositivi presenti e, a compilazione completata, lo spedisce via email al proprietario o lo stampa e consegna in copia cartacea.

Per gli operatori del settore è da poco disponibile anche l’app del Libretto d’impianto elettrico, da scaricare gratuitamente, che permette di compilare il libretto sul proprio smartphone o tablet e rilasciarlo subito al cliente.

Quali sono le regole per la sicurezza?

Per proteggere persone e casa dai pericoli potenziali legati all’impianto elettrico, ci sono alcune regole di buon senso ed una serie di comportamenti da tenere a mente.

Vediamo quelli più importanti.

  • Non utilizzare mai apparecchi elettrici accanto a liquidi infiammabili. Eventuali scintille potrebbero innescare un incendio.
  • Di notte, o se non si è in casa, evitare di lasciare accesi apparecchi elettrici che potrebbero provocare un incendio.
  • Non utilizzare gli apparecchi elettrici per scopi diversi da quelli previsti dal costruttore.
  • Non coprire gli apparecchi di illuminazione con tessuti, fogli di giornale o altri materiali: surriscaldandosi, potrebbero incendiarsi.
  • Mai togliere una spina dalla presa di corrente tirando il cavo: questo potrebbe spezzarsi e provocare un corto circuito o far prendere la scossa.
  • Non utilizzare tappeti come copertura delle prolunghe. I fili infatti possono schiacciarsi e rompersi, con conseguente rischio di scosse o incendio.
  • Non posizionare il frigorifero vicino a fonti di calore a meno di non lasciare uno spazio di almeno 10 cm per favorire l’aerazione del motore.

Vuoi mettere al sicuro la tua abitazione e soprattutto la vita della tua famiglia? Non correre rischi! Un impianto elettrico a rischio zero è quello realizzato a norma e soprattutto da personale specializzato. Contattaci!

Comprare casa: pro e contro di un investimento considerevole

Comprare casa: pro e contro di un investimento considerevole

Acquistare una casa oggi non è un’impresa particolarmente complicata: spesso sono le stesse agenzie immobiliari ad occuparsi di tutti i dettagli e l’iter si svolge seguendo strumenti legislativi bene precisi.

Ma non tutti gli immobili hanno la medesima storia e non sempre si trovano nelle stesse condizioni. Talvolta, può capitare che la casa dei nostri sogni abbia caratteristiche non comuni: abitazioni con affittuari che continuano a vivere nelle nostre future quattro mura, protetti dal contratto di locazione, aste giudiziarie che allettano i compratori con il miraggio del risparmio o case su cui grava un’ipoteca.

Il mattone è davvero solido?

Gli Italiani, al contrario della maggior parte degli altri popoli, sono ancora molto legati al “cemento”. Di sicuro ha un grande peso l’eredità culturale, che spinge a mettere i soldi in qualcosa di tangibile, al contrario degli investimenti immateriali della finanza, più “volatili”.

Eppure questa fiducia, dati alla mano, sembrerebbe mal riposta.

Secondo l’Istituto indipendente di studi e ricerche Scenari             Immobiliari tra il 1993 ed il 2017 i prezzi medi delle case sono cresciuti nominalmente del 37,6%. Non un grande risultato e, tutto sommato, positivo.

Chi ha già una prima casa dovrebbe valutare bene questa opportunità in base all’andamento del mercato: in un momento non molto favorevole, è ancora più importante sapere come ed in che direzione muoversi.

Anche l’acquisto di una casa, in vista di un profitto nel medio-lungo termine, è una decisione che ha dei pro e dei contro. Oggi, purtroppo, sulla carta i contro appaiono molto pesanti, se confrontati con altre forme d’investimento che, nel corso del tempo, si sono rivelate più sicure e redditizie.

Quali sono i vantaggi oggi per chi vuole investire?

Acquistare casa oggi conviene più che nel passato. Secondo Scenari Immobiliari, nel 1993 uno stipendio medio era di circa 1.200.000 lire (circa 670€) e quindi si calcola che, in un anno, una normale famiglia potesse permettersi di acquistare poco più di 6 metri quadrati l’anno.

Oggi, con uno stipendio mediamente più alto, si potrebbe comprare oltre 10 metri quadrati. Quindi risulta più semplice acquistare un immobile nel 2019 che nel 1993.

Se la casa è in locazione, cosa succede?

Nonostante il sogno dell’italiano medio sia di possedere la casa in cui abitare, moltissime persone preferiscono alla fine affittare.

I vantaggi sono evidenti, in particolare una maggiore libertà in caso di spostamenti lavorativi e minori spese. Sebbene il 72,3% delle case italiane sia di proprietà, cresce la percentuale di abitazioni in affitto (attualmente poco meno del 30%, un dato finora piuttosto stabile, con piccolissime oscillazioni negli ultimi 10 anni).

Comprare una casa affittata può rivelarsi un buon affare, perché la presenza di un inquilino fa calare la valutazione dell’immobile fino al 30%.

Se l’acquisto è finalizzato ad un investimento, ci sarà sicuramente un guadagno, nel caso la si rivenda nel medio periodo. Nel frattempo, l’inquilino continuerà a pagare l’affitto, secondo le condizioni stipulate con il vecchio proprietario.

A conti fatti, acquistando oggi una casa affittata, la si potrebbe lasciare in eredità ai figli, con la certezza di aver risparmiato sul prezzo d’acquisto e di aver pagato, grazie agli introiti dell’affitto, il mutuo che è stato necessario per comprarla.

Acquistare una casa in costruzione: quanto conviene?

Acquistare una casa non ancora ultimata può risultare vantaggioso sotto molti punti di vista, a partire dal fatto che, proprio perché nuova, sarà edificata in base alle norme più recenti e potrà essere plasmata sulle nostre esigenze.

Si può infatti spesso decidere la suddivisione delle stanze ed anche le finiture principali.

Tutto ciò che per legge, dev’essere fatto, lo sarà, compreso il rispetto delle norme più recenti.

Non ci saranno costi da preventivare per adeguare vecchi impianti o per coibentare i locali.

Per molti anni non ci si dovrà preoccupare della manutenzione o di quale ristrutturazione.

Per diverso tempo si sarà tutelati contro eventuali vizi di costruzione, che saranno addebitati al costruttore. Se l’acquisto avviene in cooperativa, in molti casi si può ottenere uno sconto sul prezzo.

Oltre ai diversi vantaggi, acquistare una casa in costruzione però ha anche degli svantaggi.

Una casa in costruzione può portare con sé diversi rischi. Il primo, sicuramente, è il fallimento dell’impresa, che può mettere in pericolo quanto abbiamo versato nel frattempo.

I tempi di consegna possono diventare lunghi, anche più lunghi del previsto, perché rallentamenti nei lavori possono capitare.  E comunque, anche se le date fossero rispettate, ci sarà sempre parecchio da attendere prima di varcare la soglia (per arredo ed apertura utenze).

Riguardo gli aspetti fiscali, una casa nuova ha più imposte di una casa vecchia.

La casa, una volta terminata, potrebbe essere diversa da come l’avevamo immaginata.

Una casa all’asta può essere considerata una forma d’investimento?

A parità di valore, la casa verrà pagata di meno e può quindi essere considerata una forma d’investimento. Va assolutamente controllato che l’immobile sia in regola sotto tutti i punti di vista. Sarà quindi necessario rivolgersi a professionisti in grado di individuare possibili anomalie.

Per acquistare un immobile all’asta è bene disporre di una buona liquidità, anche se per fortuna, solo la caparra deve essere versata. Per la parte restante si può contare su mutui appositi, il cui importo non può però superare l’80% del valore stabilito dal perito o dal prezzo d’acquisizione all’asta.

Il prestito sarà erogato alle stesse condizioni dell’acquisto classico, usufruendo anche dei benefici fiscali per l’acquisto della prima casa.

Casa soggetta ad ipoteca: quali sono i rischi?

E’ possibile che sull’immobile che stiamo per acquistare gravi questa forma di garanzia per il creditore contro il pericolo dell’insolvenza. La più diffusa, ma non l’unica, è quella volontaria, che deve essere necessariamente iscritta da chi richiede un mutuo.

Se sulla casa grava l’ipoteca volontaria, si può fare senza rischi la proposta d’acquisto. La cosa importante è sottolineare che, entra la data del vostro rogito, l’ipoteca deve essere estinta a cura ed a spese del proprietario. In caso contrario, meglio prendere qualche precauzione.

Contratto d’appalto: funzione e tipologia

Contratto d’appalto: funzione e tipologia

Quando ci si appresta a comprare o a prendere in affitto un’immobile, sono spesso necessari dei lavori di ristrutturazione fondamentali ai fini dell’abitabilità stessa della casa. Così è necessaria la stipula di un contratto con una determinata impresa edile, la quale si occuperà delle opere dello stesso recupero.

In questi casi è fondamentale sapere come muoversi, al fine di stipulare un contratto con l’impresa edile definendo bene sia costi sia il tipo di lavoro che si verrà ad instaurare, al fine di evitare spiacevoli sorprese ed inconvenienti futuri.

Quando si ha la necessità di far eseguire dei lavori in casa è importante chiedere l’aiuto di un esperto e stipulare un contratto edile con l’impresa che si occuperà di fare i lavori.

Se si incarica un semplice artigiano, abile nella realizzazione di determinati tipi di lavori di ristrutturazione soprattutto nei casi di piccole riparazioni, si parla di “contratto di prestazione d’opera”.

Nel caso di opere di ristrutturazione più importanti ed ingenti, che necessitano di una vera e propria impresa edile, sarà necessario stipulare un contratto d’appalto vero e proprio.

Quali sono le caratteristiche di un contratto d’appalto?

La disciplina giuridica dell’appalto è contenuta al capo VII “dell’appalto”, del titolo III “dei singoli contratti”, del libro IV “delle obbligazioni” del codice civile dall’articolo 1655 all’articolo 1677.

L’articolo 1655 del codice civile rubricato “nozione” definisce il contratto di appalto e recita testualmente: “l’appalto è il contratto con il quale una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un’opera o di un servizio verso un corrispettivo in danaro”.

Dall’articolo si evince che l’appalto è un contratto bilaterale, consensuale ed a titolo oneroso, con il quale una parte chiamata appaltatore, si impegna nei confronti di un’altra parte denominata appaltante o committente.

Stando al tenore dell’articolo, l’oggetto dell’appalto, può essere sia il compimento di un’opera, sia il compimento di un servizio.

Un esempio di appalto d’opera è il contratto con il quale un’impresa edile si obbliga a costruire un palazzo. Un esempio, invece, di appalto di servizi è il contratto che si stipula con un’impresa di pulizie.

Affinchè un contratto avente per oggetto il compimento di un’opera o di un servizio dia origine al contratto di appalto, è necessario che l’attività svolta dall’appaltante sia un’attività rivolta all’organizzazione dei mezzi ed alla gestione a proprio rischio.

Si deve trattare di un’attività organizzata in forma di impresa e l’appaltatore deve essere un imprenditore (con le caratteristiche illustrate dall’articolo 2082 del codice civile).

Il contratto di appalto si perfeziona con il pagamento di un corrispettivo in danaro da parte del committente.

Il committente dell’opera o del servizio può essere sia un soggetto privato sia lo Stato oppure un ente pubblico, anche se la disciplina che detta il codice civile può essere applicata solo agli appalti privati.

Se il committente è un ente pubblico, la disciplina stessa è in più punti integrata o sostituita da una legislazione speciale che interessa l’intero svolgimento del rapporto è che è stata di recente raccolta nel codice degli appalti pubblici (decreto legislativo 12 aprile 2006 n.163).

L’obbligazione fondamentale dell’appaltatore è quella di compiere l’opera o il servizio che è stato ordinato dal committente, il quale deve fornire anche la materia prima necessaria al compimento dell’opera.

Allo scopo di esonerarsi da responsabilità per vizi e difformità dell’opera dovuti a difetto di materiali, l’appaltatore, se la materia è fornita in tutto oppure in parte dal committente, deve denunciare subito i difetti che possono compromettere la regolare esecuzione dell’opera, la quale deve essere eseguita dall’appaltatore secondo le modalità tecniche concordate con il committente, di solito descritti in un apposito documento che prende il nome di “capitolato”.

L’appaltatore non può cambiare le modalità di esecuzione stabilita senza l’autorizzazione del committente e deve essere approvata per iscritto.

E se il prezzo dell’opera è stato determinato globalmente, l’appaltatore ha diritto ad un compenso aggiuntivo solo se quest’ultimo è espressamente stabilito.

Il committente ha diritto di controllare lo svolgimento dei lavori e di verificarne a proprie spese lo stato dei lavori.

Obbligazione fondamentale del committente è il pagamento del corrispettivo in denaro.

Il prezzo può essere determinato globalmente per tutta l’opera oppure a forfait. L’appaltatore non ha diritto ad un compenso integrativo per le variazioni oppure le aggiunte da lui apportate anche se queste sono state autorizzate dal committente.

Il prezzo può essere stabilito anche per ogni unità di misura dell’opera, ad esempio per ogni metro cubo costruito, ma sono ammesse anche le forme miste di determinazione del prezzo.

Caratteristiche del contratto d’appalto: tre documenti

Per ottenere la concessione alle opere di ristrutturazione servono diverse autorizzazioni, oltre che progetti elaborati da un progettista abilitato, il capitolato ed il contratto d’appalto.

Il contratto d’appalto si stila tra un soggetto appaltante (o committente – il proprietario della casa) e un appaltatore (la ditta o il singolo, che dovranno occuparsi delle opere di ristrutturazione).

Il contratto d’appalto consta di tre documenti ben distinti e delinea il tipo di opere che l’appaltatore dovrà compiere, il suo compenso e i mezzi necessari da utilizzare per la ristrutturazione stessa.

Il primo documento contenuto all’interno del contratto d’appalto contiene le condizioni generali dello stesso, delineando le reciproche responsabilità tra committente e appaltatore.

Il secondo modulo necessario è il contratto vero e proprio contenente il compenso in termini economici, i tempi di esecuzione, le possibili penali, le modalità del pagamento alla ditta o al singolo appaltatore.

Il terzo documento è il capitolato d’appalto vero e proprio nel quale andranno riportati esattamente i lavori che dovranno essere effettuati, compresi i costi necessari per gli stessi.

Nei casi di ristrutturazioni di immobili di una certa importanza, il capitolato d’appalto viene suddiviso in ulteriori documenti distinti e più precisi.

Esistono infatti: capitolati delle strutture, relativi alle opere edili in senso stretto; capitolati degli impianti; capitolati dei materiali; capitolati delle finiture.

Se le opere di ristrutturazione riguardano infine un appalto condominiale, è meglio stipulare due contratti d’appalto differenti, uno personale e uno legato al condominio e ai singoli condomini abitanti del palazzo in questione.

Devi ristrutturare il tuo appartamento? Contattaci. Ti metteremo a disposizione i nostri professionisti e ti forniremo tutta l’assistenza tecnica e burocratica necessaria.

1