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Cambio destinazione d’uso: norme e procedure necessarie

Cambio destinazione d’uso: norme e procedure necessarie

Il cambio di destinazione d’uso è il mutamento della destinazione urbanistica di un determinato immobile. Si tratta di un provvedimento con il quale un appartamento viene trasformato in studio professionale o viceversa.

E’ fondamentale non confondere la destinazione urbanistica con la categoria catastale, dato che quest’ultima, sostanzialmente, serve a determinare il valore fiscale di un dato immobile.

La categoria catastale non riguarda direttamente gli aspetti urbanistici, con la conseguenza che utilizzare un immobile per un impiego differente dall’uso per il quale è accatastato, di per sé, non determina una violazione delle regole urbanistiche.

Destinazioni d’uso: quali sono?

Le destinazioni d’uso solitamente si rinvengono nelle norme di attuazione del piano regolatore generale e, di conseguenza, tendono a variare a seconda del luogo in cui sorge l’immobile.

Le principali destinazioni d’uso, tuttavia, sono le seguenti:

–  Residenziale: abitazioni di qualsiasi genere e natura. Sono comprese quelle utilizzate in modo promiscuo (abitazione – studio professionale o abitazione – affittacamere) quando la prevalente superficie dell’unità sia adibita ad uso abitativo;

–  Industriale ed artigianale: industrie, laboratori artigiani, corrieri, magazzini ed imprese edili, laboratori di riparazione e simili, officine e carrozzerie ed in genere ogni attività finalizzata alla produzione di beni o servizi, oppure alla trasformazione di beni o materiali, anche quando comprendono, nella stessa unità, spazi destinati alla commercializzazione dei beni prodotti dall’azienda;

Commerciale al dettaglionegozi di vicinato, media distribuzione, le attività commerciali di grande distribuzione, le attività commerciali all’ingrosso, i mercati, le esposizioni merceologiche e le attività di somministrazione di alimenti e bevande come ristoranti, bar, pub ecc;

Turistico-ricettivaalberghi, residenze turistico-alberghiere, campeggi ed aree di sosta, nonché le altre attività a carattere essenzialmente ricettivo, come ostelli, e le altre attività extra-alberghiere; 

– Direzionale e di serviziobanche, assicurazioni, sedi preposte alla direzione ed organizzazione di enti e società fornitrici di servizi, centri di ricerca, uffici privati e studi professionali in genere, fiere;

Commerciale all’ingrosso e depositi;

Agricola e funzioni connesse ai sensi di legge: produzione agraria, allevamento e forestazione, attività e servizi connessi e compatibili, campi coltivati, colture floro-vivaistiche, boschi, pascoli, abitazioni rurali, annessi agricoli e serre, costruzioni per allevamenti zootecnici, agriturismi, agri-campeggi.

In caso di diverse destinazioni d’uso di un’unità immobiliare, si assegna quella prevalente in termini di superficie utile. Ciò significa che, se una unità è residenziale al 50,01% ed al 49,09 è commerciale, allora trattasi di residenziale.

Cambio di destinazione d’uso: quali sono i passi da fare?

Quando è necessario ottenere l’autorizzazione per il cambio di destinazione d’uso, per comprendere di quale titolo si ha bisogno occorre tuttavia considerare la necessità o meno di eseguire opere.

Se queste non sono necessarie, infatti, è sufficiente recarsi presso lo Sportello Unico per l’edilizia del Comune di riferimento e presentare una SCIA – Segnalazione Certificata di Inizio Attività, con l’asseverazione di un tecnico abilitato.

Una volta presentato tale documento, non occorre attendere oltre e si può provvedere subito alla modifica.

Se, invece, il cambio di destinazione d’uso richiede l’esecuzione di lavori, occorre domandare al Comune il rilascio del Permesso di Costruire, che è subordinato alla previa esecuzione dei controlli necessari e all’attestazione della congruità del piano di lavori ipotizzato con gli strumenti urbanistici in vigore. Prima di tale concessione, non si può procedere con le opere richieste.

In ogni caso, è opportuno precisare che su quale sia il titolo abilitativo effettivamente necessario per il cambio di destinazione d’uso non vi è piena uniformità di vedute.  E’ sempre bene informarsi preliminarmente presso il proprio Comune per evitare di commettere errori.

Cambio destinazione d’uso: quando serve l’autorizzazione?

Non sempre il cambio di destinazione d’uso prevede il rilascio di un’autorizzazione urbanistica, che è richiesta solo quando da tale operazione derivi il passaggio ad una categoria funzionale diversa, rientrante nelle seguenti:

  • residenziale
  • turistico-ricettiva
  • produttiva e direzionale
  • commerciale
  • rurale

A tal fine, occorre considerare la destinazione d’uso prevalente in termini di superficie utile.

Di conseguenza, se il mutamento di destinazione determina un passaggio all’interno della medesima categoria funzionale, non serve alcun titolo autorizzativo, salvo che la legge regionale o lo strumento urbanistico applicabile non dispongano diversamente.

Il cambio di destinazione d’uso, anche se attuato con lavori di modesta entità o senza opere, si configura come una ristrutturazione edilizia soggetta a Permesso di costruire, in quanto, alla fine dell’intervento, l’organismo edilizio è diverso dal precedente.

Il cambio d’uso, qualunque sia l’entità dei lavori, porta sempre alla ristrutturazione edilizia pesante.

Il cambio di destinazione d’uso, quindi,  ricade in RISTRUTTURAZIONE per cui occorre presentare in Comune un Permesso a costruire. Ciò avviene a meno che il cambio avvenga nella stessa categoria. Ad esempio, da abitazione a studio professionale, per cui è possibile utilizzare la Segnalazione Certificata di Inizio Attività edilizia SCIA.  

Il cambio d’uso all’interno della stessa categoria è invece sempre ammesso. Ad esempio, si può sempre trasformare un affittacamere in abitazione, caratteristiche intrinseche permettendo.

Questi sono i passaggi da fare, per quanto riguarda il cambio d’uso dal punto di vista urbanistico. successivamente sarà necessario effettuare una comunicazione di variazione anche dal punto di vista catastale.  Tutto questo comporterà una modifica della rendita e della categoria, quindi differenti tasse da pagare (Imu, Tari, etc.)

Prima di passare al nuovo utilizzo dell’immobile, bisognerà depositare al Comune il Certificato di agibilità, a cui andranno allegati i certificati d’impianto etc. Quindi, per ottenere il passaggio, tutti gli impianti dovranno essere conformi alle normative in vigore.

Quali sono i costi previsti per il cambio di destinazione d’uso?

I costi necessari per il cambio di destinazione d’uso comprendono, oltre alle spese necessarie per effettuare gli eventuali lavori, anche:

  • il compenso per il tecnico incaricato di realizzare il progetto e per quello al quale è eventualmente affidata la direzione dei lavori;
  • le spese di segreteria per il rilascio delle autorizzazioni richieste;
  • le spese per gli oneri di urbanizzazione, che variano da Comune a Comune.

Hai intenzione di effettuare un cambio di destinazione d’uso? Contattaci.

Smart Working: che cos’è e come funziona il lavoro da remoto

Smart Working: che cos’è e come funziona il lavoro da remoto

In una situazione di crisi come quella che stiamo vivendo attualmente con l’emergenza Coronavirus, nelle aziende italiane si sta sviluppando sempre di più la pratica dello Smart Working. Si tratta di una tra le modalità lavorative più innovative, un’organizzazione del lavoro flessibile e moderna. Ma che cosa è, come funziona e quali sono i vantaggi?

Smart Working: che cosa si intende per “lavoro da remoto”

L’Osservatorio del Politecnico di Milano definisce lo Smart Working come “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

Il lavoro da remoto non è altro che un modello organizzativo che si instaura nel rapporto tra l’individuo e l’azienda. Alla base dello Smart Working c’è la piena autonomia di svolgimento della professione a fronte del raggiungimento degli obiettivi. Una rivisitazione “dinamica” della prassi con cui si svolgono le attività aziendali, superando ogni vincolo spazio-temporale e integrando i principi di personalizzazioneflessibilità e virtualità in ambito lavorativo.

Per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, lo Smart Working, che letteralmente significa “lavoro agile“, è: «una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali ed un’organizzazione per fasi, cicli ed obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività».

Il  lavoro agile, infatti, prende le distanze dalla tradizionale concezione dell’attività lavorativa svolta per un numero di ore prestabilite ed all’interno di spazi aziendali specifici.

Lo Smart Working si configura come una nuova filosofia manageriale con lo scopo di ottimizzare il rendimento individuale ed aziendale tramite il processo del Work-life balance, il quale rappresenta l’equilibrio perfetto tra la produttività del singolo lavoratore e la qualità di vita dello stesso. Pertanto, adottando questa strategia lavorativa Smart, il dipendente può svolgere la propria professione in qualsiasi luogo e a qualsiasi orario perché ciò che conta non è quanto lavora, ma come lavora a fronte del raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Il lavoro da remoto non è però solo una misura mirata al miglioramento del Welfare aziendale. Questa pratica si può collocare all’interno del costante cambiamento culturale degli ultimi anni. Non a caso, l’evoluzione tecnologica ha aperto le porte al mondo lavorativo 4.0 costantemente connesso.

La Digital Transformation permette di creare network professionali e di svolgere attività lavorative a distanza. Partendo da questo presupposto, è evidente che il luogo fisico dell’ufficio e la cosiddetta “postazione fissa” non risultano più indispensabili per lavorare: basta possedere un portatile o uno smartphone ed avere a disposizione una connessione ad Internet (requisiti che nel 2020 sono ormai  alla portata di tutti) per lavorare ovunque.

Come funziona lo Smart Working?

In Italia lo Smart Working è regolamentato dalla Legge 81/2017 la quale, oltre a definirne il funzionamento, si concentra nello specifico sul cambiamento dei modelli organizzativi aziendali. Tutte le attività che desiderano intraprendere la via dello Smart Working dovranno rivedere e rivoluzionare la propria struttura. È necessario definire obiettivi dinamici ed investire nella formazione del personale e nelle risorse per lavorare a distanza, come i dispositivi tecnologici.

Ogni azienda deve organizzare spazi di condivisione per sviluppare creatività, Team Working e collaborazione.

A livello burocratico, la Legge 81 del 2017 afferma che la modalità lavorativa Smart può essere avviata mediante un accordo individuale scritto tra datore di lavoro e lavoratore. A partire dal 15 Novembre 2017, l’accordo deve essere inviato telematicamente mediante la specifica piattaforma online messa a disposizione sul portale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

L’accordo, per essere valido, dovrà contenere le seguenti informazioni:

·         Dati generali del datore di lavoro;

·         Dati generali del dipendente;

·         Durata dell’accordo: può essere a tempo determinato o indeterminato;

·         Modalità di recesso: in caso di contratto a tempo indeterminato, ognuna delle parti può esercitare il recesso con un preavviso di 30 giorni (90 per i lavoratori disabili);

·         Diritto di disconnessione del lavoratore: dovranno essere specificate le modalità con le quali il dipendente lavorerà, soprattutto riguardo le ore lavorative. Lo Smart Working non deve tramutarsi in un lavoro senza orari che supera il limite concesso dalla normativa vigente;

·         Modalità di registro presenze;

·         Modalità di controllo disciplinare: devono essere specificate le modalità di monitoraggio dell’operato del lavoratore al di fuori dell’area aziendale.

La normativa riserva particolare attenzione ai diritti dello «Smart Worker». Ai lavoratori agili deve essere garantito un trattamento di parità rispetto agli altri colleghi. Quindi il trattamento deve essere lo stesso sia in termini economici che di sicurezza.

Gli Smart Worker hanno diritto alle misure di tutela previste in caso di infortuni anche se le prestazioni di lavoro vengono svolte al di fuori dell’area aziendale.

Quali sono i maggiori vantaggi che il lavoro da remoto offre alle aziende?

1.    Ottimizzazione della produttività

Uno Smart Working ben strutturato può aumentare notevolmente la produttività di un’azienda, grazie alla perfetta conciliazione tra le sfere della vita privata e di quella lavorativa dei singoli dipendenti. Adottando questa misura lavorativa, l’imprenditore ha la facoltà di responsabilizzare i propri dipendenti e di  valorizzarne l’operato. Ore e  luogo di lavoro passano in secondo piano, lasciando spazio a strategie di lavoro intelligente ed obiettivi aziendali concreti. A prova di ciò, i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano segnalano un aumento produttivo del 15% per le realtà che scelgono il lavoro agile.

2.    Riduzione dei costi

A fronte degli investimenti sostenuti dal datore di lavoro per garantire ai propri dipendenti una corretta attrezzatura tecnologica, ogni azienda potrà riscontrare un risparmio significativo. In questo modo vengono minimizzati tutti i costi legati all’utilizzo degli spazi d’ufficio per infinite ore di lavoro (spesso poco produttive). Il lavoro smart, inoltre, comporta una razionalizzazione delle risorse, volte esclusivamente al raggiungimento degli obiettivi aziendali.

3.    Creazione di un ambiente lavorativo dinamico

Lo Smart Office non è esclusivamente un luogo tecnologico. È uno spazio creativo e dinamico, caratterizzato da valori essenziali, quali la collaborazione, l’innovazione e la condivisione perché migliorare il welfare dei dipendenti significa migliorare il rendimento aziendale.

Quali sono i vantaggi dello Smart Working per i lavoratori?

Il lavoro agile migliora anche l’attività dei dipendenti. In che modo?

1.    Equilibrio ottimale tra sfera lavorativa e sfera privata

Lo scopo primario dello Smart Working è il raggiungimento del Work-life balance, l’equilibrio perfetto tra lavoro e tempo libero. L’assenza di orari rigidi e di spostamenti scomodi per raggiungere l’ufficio sono benefici importanti per ogni lavoratore. Poter lavorare a casa propria o in spazi particolarmente creativi garantisce un aumento della produttività individuale non indifferente.

2.    Flessibilità

La mancanza di orari rigidi e di postazioni statiche durante l’attività lavorativa garantisce flessibilità e favorisce la migliore organizzazione del tempo. Spesso l’attività lavorativa non rende le persone padrone del proprio tempo: con il lavoro Smart è possibile svolgere al meglio il proprio impiego senza trascurare la vita privata.

3.    Maggiore soddisfazione personale

Il lavoro da remoto presuppone che il lavoratore conosca quali siano gli obiettivi aziendali da raggiungere e svolga la propria attività nel modo che egli stesso ritiene migliore. La responsabilizzazione e l’autoconsapevolezza derivanti dallo Smart Working consentono al dipendente di ottimizzare tutte le ore lavorative per raggiungere l’obiettivo finale. Questa modalità di lavoro garantisce al lavoratore una maggiore soddisfazione personale, derivante dal raggiungimento degli obiettivi prefissati e dalla perfetta armonia tra il proprio lavoro e la sfera privata.

Oltre ai vantaggi descritti nei paragrafi precedenti, il lavoro agile si configura come strategia lavorativa ottimale da adottare anche in situazioni di emergenza, come quella del Covid-19 che stiamo vivendo in questo periodo. Se ti stai chiedendo come portare avanti i tuoi obiettivi di business in queste circostanze, la risposta è senz’altro: Smart working!

Come scegliere i sanitari bagno

Sanitari bagno: caratteristiche, funzioni e stile

Il bagno, tra i vari ambienti di un appartamento, è quello in cima alle priorità di chi ha appena acquistato una casa, quello su cui si concentrano maggiormente gli interventi di ristrutturazione dei nuovi proprietari.

Il motivo? Il bagno non è più semplice spazio di servizio, ma un luogo di benessere in cui trascorriamo dai 30 ai 60 minuti al giorno, magari in compagnia dei device mobili.

La ristrutturazione del bagno riveste una particolare importanza nell’azione generale di una ristrutturazione edile sia un appartamento sia di una villa.

Secondo i vigenti Regolamenti Edilizi, ogni unità immobiliare adibita ad abitazione deve disporre di almeno un bagno completo di doccia o vasca, tazza wc, lavandino e bidet. Ma come scegliere i sanitari giusti?

Guida pratica alla scelta dei giusti sanitari: dalla tipologia alle misure

Esistono tre tipologie sanitari bagno:

  • Sanitari bagno sospesi: sono i più leggeri ma anche i più pratici perché, essendo liberi nella parte inferiore, possono essere puliti facilmente. Vengono fissati alla parete di appoggio mediante apposite staffe in acciaio tassellate al muro. E’ fondamentale che siano fissate adeguatamente, poiché su di essere grava il peso dell’intero elemento. Questa tipologia di sanitari sono installabili sono nel caso di scarico a parete e non a terra.
  • Sanitari da appoggio a terra: sono i classici elementi da bagno, presentano una base che li collega allo scarico a terra nel pavimento, qualora così sia predisposto l’impianto. Possono essere addossati alla parete o collegati ad essa mediante una tubatura a vista. In questa tipologia di sanitari rientrano la maggior parte dei sanitari economici.
  • Sanitari bagno filo muro: si adattano a qualsiasi posizione dello scarico e rappresentano il giusto compromesso tra i design dei sanitari sospesi e l’ingombro di quelli standard da appoggio.

Nella scelta del wc e del bidet le dimensioni sono vincolanti, almeno quanto lo è stile. Sempre realizzati in ceramica, sono preferiti soprattutto nel classico bianco, vero passepartout.

Quanto è importante la misura nella scelta dei sanitari?

Sia per la versione dei sanitari filo muro a pavimento che per la versione da terra le misura sono fondamentali. La misura standard rispetta le seguenti caratteristiche: L 36 X P 55 X H 40 cm.

Anche nella versione da terra, wc e bidet sono proposti soprattutto filo muro (back to wall), perché garantiscono un’estetica migliore, nascondendo l’attacco agli impianti. E se questi sono datati, con tubi molto sporgenti dal muro, ci sono sanitari “specifici”, ovvero molto cavi nella parte posteriore.

Visivamente leggeri, facilitano la pulizia e permettono di apprezzare appieno una pavimentazione decorata: ecco i plus dei sanitari sospesi, versatili anche dal punto di vista estetico.

Ne è un esempio, Strada II di Ideal Standard, il bidet con la copripiletta in ceramica ed il vaso dotato di tecnologia AquaBlade per il sistema scarico.

Gli shower toilet, ovvero il WC più Bidet, due in uno, sono una soluzione salva spazio e di grande comfort per tutti. Il costo elevato, dovuto alla tecnologia sofisticata e qualche pregiudizio persistente pongono il freno alla diffusione di questi modelli. Eppure molti Regolamenti edilizi li prevedono quale alternativa ai sanitari in coppia, obbligatori almeno in un bagno in ogni casa. Richiedono anche una presa elettrica.

Sanitari in versione compatta: meno spazio e più comodità

Definire i sanitari “mini” non è appropriato perché questi modelli occupano meno spazio solo in profondità e sono comodi al pari degli altri.

Il coprivaso incide su comfort ed estetica del wc e si acquista separatamente.

Nella versione sospesa, i sanitari salva spazio danno il meglio perché la sensazione di maggiore ampiezza ed ariosità è decisamente amplificata. Anche se di peso inferiore, per l’installazione richiedono alcuni accorgimenti.

Della serie Forty 3 di ceramica Globo, il wc è disponibile con o senza brida. I sanitari misurano L 36 X P 43 cm, sono caratterizzati da un colore bianco e da un coprivaso con sedile rallentato.

Alcuni modelli, pur essendo meno sporgenti, sono invece più larghi di qualche centimetro. Ciò è dovuto ad esigenze legate al rapporto design/comfort.

La posizione dei sanitari: lo schema vincente

La posizione dei sanitari all’interno della stanza risponde a criteri consolidati di buona progettazione, messi a punto per garantire il comfort. In un bagno difficile, però, sono ammesse eccezioni.

Di solito vaso e bidet sono affiancati. Si tratta di una sistemazione decisamente pratica e confortevole ma anche gradevole esteticamente. Convenzionalmente servono 120 cm, misure a cui idraulici ed installatori si attengono nella maggioranza dei casi. Ogni variazione, dunque, va comunicata per tempo.

E’ meno usuale, invece, posizionare i due sanitari uno di fronte all’altro anche se, talvolta, è l’unica possibilità: in tal caso, si devono calcolare almeno 60 cm di spazio tra i due. Questa stessa misura è il minimo da lasciare sempre di fronte ai due elementi, anche quando sono allineati.

Per quanto riguarda l’altezza, invece, un po’ di attenzione va posta all’installazione dei modelli sospesi anche se, per questo aspetto, i professionisti si muovono in autonomia: si tenga conto che la seduta deve essere a circa 40 cm da terra (47 cm per anziani e disabili).

Per garantire massima sicurezza d’uso e praticità alle persone con difficoltà motoria, basta rispettare le semplici regole previste dalla normativa di riferimento (legge 13/1989 e Dm 14/6/1989 n°236) per la progettazione degli spazi domestici. Per quanto riguarda il wc, vanno previste barre di sicurezza (per esempio una fissa ed una ribaltabile) su entrambi i lati.

Mutui, prestiti e finanziamenti per la ristrutturazione della tua casa

Mutui, prestiti e finanziamenti per la ristrutturazione della tua casa

La ristrutturazione di una casa richiede una serie di valutazioni preliminari ed un’attenta pianificazione del budget. E’ fondamentale valutare l’investimento per richiedere un mutuo, un prestito o un finanziamento utile a coprire completamente le spese di ristrutturazione.

I mutui per ristrutturare casa hanno lo scopo di finanziare esclusivamente l’ammodernamento di un immobile. In questa tipologia di finanziamento rientrano anche i lavori per migliorare l’efficienza energetica, i quali prevedono solitamente ulteriori agevolazioni.

Quali sono le differenze principali tra un mutuo ed un prestito?

La differenza di base tra un mutuo ed un prestito sta nei tempi di restituzione del capitale prestato dall’ente erogatore.

Il mutuo, che è un finanziamento di lungo periodo, prevede l’erogazione di cifre più alte rispetto ai prestiti. Inoltre per stipulare un mutuo per la ristrutturazione bisogna mettere in conto le spese di un perito, le spese notarili ed il costo di un’assicurazione obbligatoria scoppio/incendio per l’importo richiesto.

I prestiti solitamente prevedono un processo burocratico più snello. Dalla richiesta di prestito all’erogazione possono bastare 24 ore. Nei casi più complessi il prestito verrà erogato entro 15 giorni dalla richiesta. Le garanzie richieste per un prestito sono di solito minori rispetto ai mutui. Questo accade perchè le cifre richieste per un mutuo sono di solito più alte.

I prestiti vengono erogati in un’unica soluzione. I mutui invece hanno diverse modalità di erogazione:

1. in un’unica soluzione

2. con SAL (stato avanzamento lavori) che prevede una serie di tranches erogate dalla banca a seguito di una perizia sullo stato di avanzamento dei lavori.

I tassi finanziari da valutare sono:

– il TAN – tasso di interesse puro ovvero l’interesse annuo calcolato sul prestito. Si tratta della somma in più che va riconosciuta all’ente erogatore al termine dell’anno maturata sull’importo erogato.

In caso di rimborso rateale il Tan andrà calcolato come “mensile”. Ad esempio: Tan 20% annuale significa che si pagherà in realtà il 22% di interessi in conseguenza della rateizzazione mensile. Questa è la forma più utilizzata di TAN. 

– il TAEG Indice sintetico di costo, ovvero il tasso annuo effettivo globale che determina il costo effettivo del mutuo in percentuale. Nel TAEG sono comprese tutte le spese obbligatorie sostenute per la stipula del contratto. 

Prima di stipulare un mutuo, un prestito o un finanziamento valuta bene gli indicatori finanziari Tan e Taeg. Fatti consigliare dai nostri esperti. Per i mutui collaboriamo con Unicredit ed Intesa San Paolo.

Unicredit ed Intesa San Paolo: Istituti di credito con i migliori servizi finanziari

La Banca Unicredit con l’opzione CreditExpress Rinnova eroga finanziamenti fino a 100000€ a tan del 6,5% e taeg 7,01% per la ristrutturazione casa. Ma quali sono le caratteristiche principali di CreditExpress Rinnova?

Il prestito CreditExpress Rinnova è la soluzione idonea per ristrutturare la tua casa attraverso miglioramenti all’abitazione, ristrutturazione edilizia, restauro e manutenzione sia ordinaria che straordinaria.

Il finanziamento con tasso fisso del 6,50% è destinato a coloro che ristrutturano un immobile su territorio dello Stato sottoscrivendo l’apposita dichiarazione nella quale ci si impegna ad utilizzare il finanziamento per lavori di ristrutturazione che rientrino nella tipologia ammessa alle agevolazioni fiscali dal D.L. n. 63 del 04.06.2013 e prorogate dalla Legge di Stabilità vigente.

Si possono richiedere dai 5000 ai 1000 euro ed il finanziamento ha una durata che va dai 3 ai 10 anni. Tra i vantaggi è che non bisogna rilasciare garanzie reali.

Mutuo Domus Intesa San Paolo: in cosa consiste?

Con Intesa San Paolo è possibile richiedere mutui per la ristrutturazione anche oltre 100.000€, restituibili fino a 30 anni. E’ possibile scegliere un tasso fisso oppure un tasso variabile.

Se preferisci la stabilità della rata avrai a disposizione:

  • Piano Base: il tasso e l’importo della rata sono definiti all’erogazione del mutuo e rimangono invariati per tutta la durata del finanziamento
  • Multiopzione: il mutuo inizia a tasso fisso e prevede la possibilità di scegliere, ogni 3 o 5 anni, il tipo di tasso da applicare al periodo successivo (scegliendo tra fisso o variabile)
  • Bilanciato: alla richiesta puoi scegliere la quota del mutuo finanziata a tasso fisso (70%, 60%, 50%) e quella finanziata a tasso variabile (30%, 40%, 50%)

Se invece vuoi beneficiare di eventuali riduzioni dei tassi di interesse, assumendo il rischio di un aumento delle condizioni di tasso avrai a dispozione:

  • Piano Base: il tasso e la rata variano periodicamente in funzione dell’andamento dell’indice di riferimento (Euribor 1M o MRO della BCE)
  • Multiopzione: il mutuo inizia a tasso variabile e prevede la possibilità di scegliere, ogni 3 o 5 anni, il tipo di tasso da applicare al periodo successivo (scegliendo tra fisso o variabile)
  • Bilanciato: alla richiesta del mutuo puoi scegliere la quota del mutuo finanziata a tasso variabile (70%, 60%) e quella finanziata a tasso fisso (30%, 40%)
  • CAP di tasso: fissi un tetto massimo (CAP) sul tasso di interesse variabile per l’intero piano di rimborso o solo per la prima metà della durata

Mutuo Domus Intesa San Paolo è il finanziamento che più si adatta alle tue esigenze aiutandoti a realizzare la casa dei tuoi sogni!

L’importo, oltre 100.000 euro, è coperto dal finanziamento che puoi ottenere in base all’entità dei lavori.

La percentuale dei costi dei lavori è coperta dal finanziamento per ristrutturazioni che richiedono concessione edilizia.

In caso di piccole ristrutturazioni, l’Erogazione dell’intera somma richiesta avverrà al momento della sottoscrizione del mutuo.

Se hai acquistato le opzioni di flessibilità ed hai pagato 12 rate mensili, puoi richiedere la sospensione di una o più rate per 3 volte per le piccole ristrutturazioni.

Living Now, la nuova serie per la Smart Home

La nuova serie BTicino è stata completamente rinnovata nell’estetica e nelle funzioni. Living Now, ideata per adattarsi a tutte le case, può essere utilizzata negli impianti tradizionali oppure può esprimere tutte le sue innovative potenzialità negli impianti Smart connessi.

Con i dispositivi Living Now with Netatmo puoi realizzare l’impianto elettrico Smart per la Smart Home senza cambiare le tue abitudini perché si installano con le regole dell’impianto tradizionale.

Quali sono le azioni che puoi fare con Living Now?

a) Gestire l’illuminazione

b) Gestire le tapparelle/serrande motorizzate

c) Visualizzare i consumi di corrente ed evitare il black out

d) Creare e gestire scenari (ON/OFF generale, ingresso, uscita ecc.)

Living Now Connesso: come funziona e come integrarlo in un sistema più ampio prima di passare ai test?

Living Now Connesso, il sistema realizzato da Btcino Legrand in collaborazione con Netatmo, in realtà, una volta installato,  non ha neanche bisogno di un sistema Wi-Fi o di una connessione ad Internet per far comunicare tra loro i moduli connessi: essendo basato su Zigbee i vari componenti possono scambiarsi comandi senza bisogno di accedere al Web,  come accade per le periferiche Homekit e nei sistemi domotici tradizionali.

Il collegamento al router di casa via Wi-Fi ti permetterà il controllo con lo smartphone e poi da fuori casa. 

Asssistente Google, Alexa e il controllo da remoto anche da Homekit sono delle opzioni aggiuntive che rendono il tutto più comodo ma possono essere tutte calibrate in funzione del miglior bilanciamento tra comodità e privacy.

Il principio di funzionamento di Living Now connesso è molto semplice: c’è un cervello centrale del sistema che è il Gateway (o Hub) che si collega da una parte alla rete principale di casa (Wi-Fi – al tuo router che fa da tramite anche per il telefono e/o per Internet) e dall’altra parte si collega alle periferiche attraverso il protocollo domotico Zigbee.

Il protocollo Zigbee funziona con un rete “mesh” (a maglia) e permette di:

  • utilizzare meno corrente,
  • avere batterie di lunga durata nei dispositivi
  • di utilizzare tutti i relais/interruttori come ripetitori del segnale, nel caso di un impianto domotico casalingo

Nel caso di Living Now, il Gateway viene venduto nel pacchetto Gateway e Tasto Entra/Esci ed è fornito integrale oppure in tre diversi kit di base.

Abbinato al Gateway c’è sempre un interruttore particolare, Tasto Entra/Esci, il quale ha una duplice funzione: serve ad abbinare interruttori, prese e accessori (attraverso un triplo tap sul dispositivo) con il gateway principale e  ad attivare due diversi tipi di scenari: l’ingresso in casa e l’uscita da casa. Solitamente spegne tutte le luci,  chiude le tapparelle all’uscita ed apre le tapparelle all’ingresso.

Ogni tipo di impianto che vuoi costruire con Living Now Connesso non può prescindere da queste due componenti: sia che vuoi semplicemente connettere delle tapparelle ed installare interruttori, sia che vuoi controllare i consumi di tutte le prese, di tutta la casa o di una parte di essa.

Il tutto viene gestito da una App che si chiama Home + Control, la quale permette di gestire i dispositivi, assegnarli alle stanze, controllare i consumi, attivare gli interruttori in remoto, creare scene etc. Abilita inoltre l’uso con Homekit e con Assistente Google.

Bticino Living Now, una nuova linea civile unica, rivoluzionaria e connessa

La struttura delle nuove placche è diversa dalle vecchie. Ora il punto luce è diviso in due parti:

  1. parte funzionale: costituita da scatola, supporto e moduli;
  2. parte estetica, placca e cover (che sostituiscono i copritasti) che possono essere color bianco, sabbia o nero.

Questa divisione della parte estetica da quella installativa porta numerosi vantaggi rispetto all’impianto tradizionale. Immagina che stai facendo i lavori nella tua abitazione:

  • il tuo elettricista realizza l’impianto elettrico funzionante;
  • proteggi il tuo punto luce con la valva protettiva che esce a corredo del supporto;
  • l’imbianchino può effettuare le opere murarie in completa sicurezza senza correre il rischio di sporcare nulla della parte esterna;
  • togli la valva protettiva e completa le placche con placca e cover installate sulla stessa

Perchè si parla di Bticino Linving Now Connesso?

Con la sorprendente tecnologia Now puoi anche controllare la tua casa con la massima semplicità tramite un’app facile ed intuitiva. In che modo?

  • puoi controllare ovunque ti trovi lo stato delle luci, tapparelle e prese elettriche
  • puoi controllare il tuo impianto con la voce grazie al tuo assistente vocale preferito (Es. Assistente Google)
  • puoi controllare i consumi energetici della tua abitazione,
  • puoi ricevere una notifica di allarme per evitare il BlackOut in caso di superamento di energia;
  • puoi ricevere notifiche in caso di malfunzionamento dei carichi

Come installare il Gateway di base  senza l’intera serie Living Now?

Se vuoi usare l’impianto solo per le tapparelle e solo per i consumi oppure per un impianto globale, hai bisogno dei due dispositivi. E se non vuoi installare la serie civile completa Living Now perché non sei in fase di ristrutturazione casa, devi impegnare almeno una scatola a muro di tipo 503 (tre moduli) o 502 (due moduli)  da ricavare nel cartongesso o nella muratura con un cavo di alimentazione in arrivo oppure un box isolato autosufficiente e alimentato. 

Devi poi aggiungere la placca a muro Living Now, da due o 3 moduli, una cover per il Gateway o un modulo aggiuntivo di chiusura (se avete un 3 moduli).

Per quanto riguarda l’attuattore a batteria non serve una specifica scatola dato che verrà montato in superficie ma occorre comunque una “placca” Living Now ed una cover.

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Consigli utili su come smaltire i rifiuti speciali

La sostituzione di un elettrodomestico o i lavori di ristrutturazione in casa comportano inevitabilmente anche la fatidica domanda: dove si butta ciò che si elimina? In realtà, sarebbe più corretto chiedersi: come e soprattutto dove smaltire correttamente il tutto?

La risposta a queste domande risiede nelle norme emanate appositamente a cui è obbligatorio attenersi, tanto per ciò che attiene i rifiuti elettrici ed elettronici (detti RAEE), quanto per quelli legati al mondo dell’edilizia, sia speciali non pericolosi, sia speciali, cioè pericolosi.

Il problema invece soprattutto i prodotti tecnologici grandi e piccoli con un ciclo di vita ormai relativamente breve, sia per un calcolo preciso dei produttori (la cosiddetta obsolescenza programmata), sia perché l’evoluzione della tecnologia spinge ad acquisire nuovi modelli con una certa frequenza, quelli dismessi costituiscono rifiuti che devono essere smaltiti in modo corretto.

Pena gravi danni all’ambiente ed alla salute delle persone.

Nel nostro Paese, il sistema di gestione dei RAEE è stato avviato ufficialmente nel 2008, sulla base dapprima del decreto legislativo 125 del 25 novembre 2005, che recepiva la prima direttiva europea in materia dei Rifiuti Elettrici ed Elettronici e poi del decreto 49 del 14 Marzo 2014.

Secondo i dati forniti dal Centro di Coordinamento RAEE, nel corso del 2018 in Italia sono state gestite 310.610 tonnellate di RAEE.

RAEE: che cosa sono e come vengono classificati

La sigla RAEE accomuna gli apparecchi elettrici ed elettronici (AEE) alimentati con corrente elettrica tramite presa o batterie, giunti a fine vita e quindi pronti per lo smaltimento.

Il simbolo del bidone barrato, presente su questi prodotti, indica che possono essere riciclati e quindi vanno raccolti come rifiuti differenziati.

Esistono diverse categorie di RAEE e, per ciascuna, sono previsti distinti contenitori per il corretto conferimento e la successiva raccolta.

I rifiuti di ogni raggruppamento vengono trattati in impianti specifici che consentono il recupero delle diverse materie.

Classificazione delle RAEE:

R1: apparecchi dell’area “freddo e clima” (deumidificatori e condizionatori

R2: grandi bianchi (lavatrice e stoviglie)

R3: tv e monitor

R4: categoria generale per tutte le apparecchiature escluse dalla precedenti

R5: sorgenti luminose (lampadine ed affini)

I rifiuti sono classificati, secondo l’origine, in rifiuti urbani e, secondo le caratteristiche, in rifiuti speciali pericolosi e rifiuti speciali non pericolosi.

I rifiuti speciali non pericolosi sono quelli derivanti dalle attività di:

  • Demolizione
  • Costruzione
  • Scavo, laddove non presenti materiali contaminati.

Sono invece rifiuti speciali pericolosi:

  • Materiali isolanti contenenti amianto
  • Materiali da costruzione contenenti amianto
  • Rifiuti da demolizione e costruzione contenenti mercurio
  • Rifiuti contenenti olio
  • Pastiglie per freni contenenti amianto
  • Batterie al piombo
  • Miscugli o scorie di cemento, mattoni, mattonelle e ceramiche, contenenti sostanze pericolose
  • Vetro, plastica e legno contenenti sostanze pericolose o da esse contaminati
  • Catrame di carbone e prodotti contenenti catrame
  • Rifiuti metallici contaminati da sostanze pericolose

Come funziona la raccolta del sistema RAEE

Grazie all’utilizzo di un algoritmo matematico, il Centro di Coordinamento RAEE assegna annualmente ai Sistemi Collettivi (che hanno il compito primario di gestire il trasporto, il trattamento ed il recupero dei RAEE) i singoli raggruppamenti presso i Centri di raccolta dei Comuni e presso gli altri centri di conferimento.

L’assegnazione dei Centri di raccolta viene fatta in modo da garantire una distribuzione degli obblighi di gestione proporzionale alla quota di mercato rappresentata da ogni singolo Sistema Collettivo che assolve alle obbligazioni dei Produttori di AEE (apparecchi elettrici ed elettronici= di gestione dei prodotti a fine vita.

I Sistemi Collettivi effettuano il trasporto dei RAEE dai luoghi assegnati e si occupano del loro trattamento presso impianti specializzati ed screditati al Centro di Coordinamento RAEE.

Come realizzare correttamente la raccolta differenziata dei RAEE

I cittadini hanno a disposizione diversi luoghi dove conferire i propri RAEE.

  • Nei centri di raccolta comunali sono presenti grandi contenitori dedicati a questo tipo di rifiuti. I centri di raccolta vengono anche chiamati Riciclerie o Isole Ecologiche e sono normalmente i luoghi dove vengono smaltiti anche i rifiuti ingombranti.
  • Nei punti vendita della Grande Distribuzione è possibile restituire il proprio RAEE con modalità 1 contro 1: al momento dell’acquisto di un prodotto nuovo equivalente si può consegnare l’apparecchiatura elettrica o elettronica da buttare.
    Per esempio: si deposita una lampadina non più funzionante a fronte dell’acquisto di una nuova oppure una stampante di cui disfarsi nel caso se ne compri una. Per questo servizio non vi è alcun costo supplementare.
  • In alcuni punti vendita della Grande Distribuzione è possibile restituire il proprio piccolo RAEE anche con modalità 1contro0: se si tratta di un grande negozio ed il RAEE da buttare è di piccole dimensioni, il negoziante è obbligato, per legge, a ritirare gratuitamente il “rifiuto” anche se non si acquista nulla.
    Questa modalità di conferimento può essere applicata, volontariamente, anche da punti vendita più piccoli.
  • In alcuni Comuni sono disponibili servizi dedicati, come ad esempio il recupero gratuito a domicilio dei RAEE ingombranti o la disponibilità di mezzi mobili che, a date prestabilite, sostano in alcune zone della città per la raccolta di quelli di piccole dimensioni.

Quali sono le azioni da non fare?

  • Gettare i RAEE nei rifiuti indifferenziati
  • Ammassare i RAEE in cantina o dimenticarli nei cassetti
  • Mescolare i RAEE con altri rifiuti (ad esempio, mai gettare le lampadine nei contenitori per la raccolta del vetro).

Impianti termici a radiatori: tipologie e funzionamento

Non dobbiamo pensare ai radiatori come ad elementi isolati, ma parti terminali di un sistema, l’impianto termico, con al centro il generatore di calore (caldaia o altro).

Esistono poi prodotti che possono funzionare anche in mancanza o con l’impianto di riscaldamento spento.

Le tre tipologie di impianti termici a radiatori

  • Ad acqua: il più diffuso. Detto anche “idraulico”, è il sistema più utilizzato e consiste nel collegamento dei radiatori alle tubature dell’impianto di riscaldamento, autonomo o centralizzato (in condominio), alimentato dalla caldaia oppure da altri apparecchi, come una pompa di calore o una termo stufa (a legna, pellet, cippato).

Il radiatore potrà scaldare solo quando il riscaldamento è acceso.

  • Elettrico: per un utilizzo occasionale. Questi radiatori scaldano grazie alla presenza di una resistenza interna (in genere una serpentina in rame) comandata da un termostato. Il consumo energetico è più elevato. Sono quindi pensati per un uso saltuario, per esempio riscaldare il bagno nelle mezze stagioni o per una seconda casa sprovvista di riscaldamento.
  • Ibridi: i vantaggi raddoppiano. Si tratta di corpi scaldanti a funzionamento misto, cioè idraulico ed elettrico, con il vantaggio che si possono accendere anche quando il riscaldamento è spento. Particolarità che si ritrova in molti scaldasalviette, pensati soprattutto per essere utilizzati in bagno.

L’impianto idrico è composto da tubazioni incassate a pavimento o a parete, che trasportano l’acqua riscaldata dalla caldaia (o da un altro tipo di generatore) ai radiatori.

Due sono le principali tipologie di collegamento: monotubo o a collettori.

Monotubo: tipico delle abitazioni anni ’70-’80 è così chiamato perché vi è un’unica tubazione di mandata che raggiunge singoli radiatori collegati “ad anello”, per poi tornare al generatore.

L’ultimo radiatore rimane però penalizzato perché si scalda bene di meno. Va quindi previsto di maggiori dimensioni.

A collettori: in questo caso vi è un condotto di mandate che porta l’acqua calda dal generatore ai collettori e da qui, grazie ad un circuito interno di collegamento diretto, l’acqua calda raggiunge ogni radiatore. Un condotto di ritorno riporta l’acqua diventata fredda al generatore.

Il calore si diffonde in modo uniforme perchè l’acqua calda arriva a tutti i radiatori insieme.

Nel caso si voglia trasformare un impianto monotubo in quello a collettori è necessario rifare tutto, con necessità di opere murarie.

Il generatore di calore, il cuore di un impianto di riscaldamento

Mentre i radiatori andranno a far parte di un impianto, nuovo o in rifacimento, occorrerà valutare anche l’apparecchio cui collegarti.

Uno dei generatori di calore a maggiore efficienza è la caldaia a condensazione, l’unica a poter essere prodotta ed immessa sul mercato.

Il vantaggio è il rendimento elevato, che può superare il 100%. Il tutto, grazie alla caratteristica di recuperare, invece di disperdere come nei modelli tradizionali, gran parte del calore contenuto nei fumi di combustione. Inoltre emettono una quantità di gas inquinanti decisamente inferiore rispetto ai modelli formali.

Efficienti sono anche le pompe di calore, apparecchi che prelevano il calore presente nell’aria esterna, nell’acqua di falda o nel terreno e lo sfruttano per riscaldare l’acqua dell’impianto di riscaldamento. Vi sono poi le termo stufe che utilizzano invece biomasse legnose come il pellet, un combustibile ad alto rendimento.

A differenza dei camini e delle stufe tradizionali, questi generatori di calore sono programmabili e possono essere collegati all’impianto di riscaldamento a termosifoni (a pannelli radianti).

L’acqua che, riscaldata dalla caldaia o da un altro generatore di calore, passa ai radiatori può avere una temperatura di mandata alta oppure bassa.

Il primo caso è quello degli impianti termici tradizionali (circa 70/80°C), il secondo riguarda le nuove realizzazioni, in cui la temperatura può essere inferiore a 40° C. Meno calore equivale a minori sprechi e ad un risparmio in bolletta. Anche se, in teoria, qualsiasi modello può funzionare a bassa temperatura, è consigliabile prevedere radiatori appositamente progettati per questo tipo di impianti.

Altrimenti bisogna considerare che si riduce l’efficienza, perché lo scambio di calore con l’ambiente è inferiore. Per ovviare a questo inconveniente occorrerà acquistare un calorifero di dimensioni maggiori.

Il risparmio si ottiene poi con generatori di calore ad alta efficienza, come le caldaie a condensazione, che recuperano i fumi della combustione ed ottengono rendimenti elevati a temperatura più bassa rispetto ai modelli tradizionali.

Il rapporto tra il giusto calore e la potenza

Nel caso della sostituzione di un radiatore esistente, è sufficiente installare un modello di pari potenza. Diverso invece il caso di una nuova installazione o di una modifica all’impianto, per i quali occorre calcolare il fabbisogno termico del locale da riscaldare o dell’intera abitazione.

Se, come nella maggior parte dei casi, i radiatori sono collegati al circuito termosanitario, è importante che questo venga correttamente dimensionato. Occorre valutare quanto calore sia necessario per riscaldare i locali e la potenza che serve per ottenere questo risultato.

Chiamata anche resa termica è la capacità di un corpo scaldante di scambiare calore con l’ambiente, quindi la quantità di calore che il radiatore riesce a trasmettere all’ambiente nell’unità di tempo e a determinate condizioni di temperatura.

Si misura in kcal/h o, più spesso, in Watt e viene calcolata in base  alla norma europea EN442 e certificata da appositi istituiti e laboratori con specifiche prove in condizioni standard. Il valore della potenza termica deve sempre essere indicata sulla scheda prodotto.

Ma quanta potenza serve per riscaldare un ambiente?

La risposta precisa la dà il termotecnico calcolando il fabbisogno termico, ovvero la quantità di calore ce il radiatore deve fornire all’ambiente per mantenerlo ad una temperatura confortevole.

Il fabbisogno termico dipende da dimensioni del locale, esposizione, tipo di isolamento presente, materiali costruttivi finestre e tipi di vetri. Non meno importante sono la zona geografica in cui si trova l’abitazione e le temperature medie esterne.
Detto questo, per avere una stima del fabbisogno termico invernale di un’abitazione occorre moltiplicare il volume da riscaldare per un coefficiente termico, che indica le calorie necessarie per metro cubo.

Tale parametro oscilla tra le 30 e le 45 Kcal/mc, in base alle tipologia di edificio ed alla posizione geografica: più basso, se l’abitazione è situata nel Sud Italia ed in località costiere, più alto dove il clima è più rigido.

Collocazione e sostituzione degli impianti termici a radiatori

Per tradizione, il radiatore è posto sotto la finestra, poiché in questo modo contrasta gli eventuali spifferi di aria fredda provenienti dal serramento.

L’aria calda che si diffonde prevalentemente per convenzione, sale verso il soffitto e si distribuisce in modo più uniforme, garantendo un comfort migliore. Inoltre questa collocazione è comoda perché il radiatore occupa uno spazio difficilmente utilizzabile. Se però la casa è ben coibentata ed i serramenti sono a tenuta, si ha maggior libertà.

Nel caso di un radiatore alto è necessario trovare una collocazione diversa, in ogni caso lungo una parete perimetrale esterna ed anche in questo caso meglio se in prossimità della finestra, per agevolare la distribuzione del calore.

Bisogna evitare di inserire il radiatore in una nicchia piccola o dietro una porta, perché la sua resa si riduce. Per lo stesso motivo è sconsigliato anche l’uso di copricaloriferi. Importanti poi sono le distanze: la cosa migliore è installare il radiatore a 5 cm dalla parete, 12-15 cm dal pavimento ed a circa 10 cm da eventuali mensole.

Per evitare squilibri all’interno dell’impianto, è consigliabile che il nuovo radiatore abbia la stessa potenza del precedente. Lo stesso per quanto riguarda gli interassi, cioè la distanza tra tubo di carico e scarico dell’acqua: anche in questo caso, se non si intende modificare l’impianto, va scelto un radiatore con gli stessi interassi di collegamento, così il lavoro risulta molto più semplice.

Alcuni radiatori sono studiati proprio per agevolare la sostituzione di vecchi modelli, grazie ad un sistema di collegamento idraulico a tubi flessibili che permette di intervenire in modo non invasivo sugli impianti esistenti, senza ricorrere ad opere murarie.

Nel caso di ristrutturazione totale, se si vuole cambiare posto al radiatore, è necessario spostare le tubazioni. I lavori vanno eseguiti ad impianto spento e vuoto, quindi è necessario svuotare l’impianto di tutta l’acqua che circola nell’impianto che, a lavori terminati, sarà rimessa in circolo.

Nel caso di condominio, i lavori vanno eseguiti dopo aver avuto il consenso dell’amministratore.

Impianti termici a radiatori: nuovi materiali e tecnologie hi tech

Impianti termici a radiatori: nuovi materiali e tecnologie hi tech

In Italia ancora oggi gli impianti termici a radiatori sono i più diffusi. Se è vero, da una parte, che la loro sostituzione con sistemi alternativi comporta lavori invasivi, l’utilizzo di nuovi materiali e tecnologie li ha resi più performanti ed in grado di convivere in modo ottimale anche in abitazioni di nuova concezione.

Negli ultimi anni, inoltre, il design sempre più curato, lineare o dalle forme scultoree, ne ha ridefinito l’estetica. Al punto che i radiatori sono oggi sempre più integrati anche nei progetti d’arredo.

Impianti termici a radiatori: materiale ed estetica

Il punto di partenza nella scelta degli impianti consiste nell’esame dei seguenti fattori: il primo, in particolare, incide sulla seconda ma anche su performance e costi. Occorre tener conto dell’uso che si farà del radiatore e delle nostre abitudini.

Usciamo di casa di prima mattina e vi ritorniamo solo tardi la sera? Avremo bisogno di termosifoni che si scaldino velocemente.
Se invece l’abitazione è “vissuta” durante il giorno, saranno preferibili prodotti che mantengano il calore più a lungo.

Alcuni materiali, come l’alluminio, saranno più indicati nel primo caso. Altri come ghisa ed acciaio nel secondo. Lo stesso vale per le finiture.

  • Alluminio: pratico e confortevole. E’ un metallo che permette di realizzare radiatori di peso più contenuto rispetto a quelli in altri materiali. Sono spesso formati da elementi modulari e quindi componibili, adatti per ambienti di ogni volumetria oppure più compatti e lineari detti anche “a piastra”.

Essendo leggeri, i corpi scaldanti possono essere fissati anche a pareti di basso spessore. La principale caratteristica dei radiatori in alluminio (un vantaggio ma anche un limite) è però la bassa inerzia termica: in pratica, si scaldano in modo rapido e ciò permette di modulare e tarare l’impianto per avere calore solo quando serve, consentendo un notevole risparmio energetico.

L’ideale per le seconde abitazioni e quando si passa molto tempo fuori in casa. Per contro, i caloriferi realizzati in questo materiale si raffreddano altrettanto rapidamente.

L’alluminio, ricavato in genere dalla bauxite, è resistente alla corrosione e duraturo, quindi adatto anche in ambienti umidi come bagno e cucina. E’ inoltre riciclabile al 100% ed infinite volte senza che le sue qualità vengano meno.

  • Acciaio: duttile e resistente. Questa lega composta principalmente di ferro e carbonio viene molto utilizzata per realizzare termosifoni, poiché permette un’ampia versatilità di forme, originali e scultore. Si può anche tagliare al laser, in modo preciso, senza imperfezioni.

I radiatori in acciaio si scaldano abbastanza velocemente ma non trattengono a lungo il calore dopo lo spegnimento dell’impianto, anche se si raffreddano meno velocemente dell’alluminio.

L’acciaio è inoltre un materiale molto resistente alla corrosione ed all’usura.

  • In materiali alternativi. In alcuni casi il vero e proprio scaldante risulta inglobato all’interno di un blocco in materiale lapideo o composito.
    Si tratta per lo più di modelli “a piastra” realizzati con prodotti brevettati, a base di miscele di polveri di marmo o silice e quarzo, agglomerate con un polimero oppure resina acrilica.
    Il risultato è un composto duttile, ottenuto a freddo, che viene colato in uno stampo siliconico, che si solidifica poi a temperatura ambiente, senza bisogno di ulteriori fonti energetiche.

Il corpo scaldante inglobato in questi materiali può essere di tipo elettrico, quindi dotato di una resistenza interna oppure idraulico con le classiche tubature per l’acqua calda.

Il materiale ottenuto offre diversi pregi: è idrorepellente, antimuffa ed antibatterico ed in parte ripristinabile in caso di eventuali piccoli danneggiamenti.

L’estetica della superficie, oltre a richiamare la pietra, può anche essere personalizzata con un motivo a propria scelta.

  • Ghisa: calore e costante. E’ il materiale dei primi radiatori, realizzati nella seconda metà dell’Ottocento, nati con gli impianti di riscaldamento centralizzato.

La ghisa ha elevata inerzia termica, quindi i radiatori si riscaldano lentamente e trattengono a lungo il calore anche dopo lo spegnimento dell’impianto. Vanno bene per un uso continuativo, per contro sono molto pesanti.

Oggi sono pochi i modelli presenti sul mercato, anche se negli ultimi anni sono stati proposti modelli in stile vintage che abbinano un’estetica tradizionale a colori di tendenza.

Impianti termici a radiatori: forme e design

Le declinazioni offerte dai radiatori sono infinite ma si possono catalogare in tre principali tipologie:

  • Componibili. Sono costituiti da elementi modulari, di forma tubolare oppure piatta, da assemblare in base alle proprie esigenze di spazio, per un prodotto quasi su misura sia in larghezza sia in altezza. Sono infatti disponibili sia in versione orizzontale sia verticale.
  • A piastra. Si tratta di corpi scaldanti monolitici, piatti ed in genere piuttosto sottili. L’estetica è lineare ed essenziale. Grazie a questo tipo di design, il radiatore offre una superficie frontale maggiore, aumentando così lo scambio termico con l’ambiente. Scaldano in parte anche per irraggiamento con minor sollevamento di polvere.
  • Scaldasalviette. Pensati principalmente per il bagno, sono formati da elementi orizzontali, talvolta ribaltabili, che accolgono asciugamani e biancheria. Altri a piastra dispongono invece di barre e ganci. Hanno spesso funzionamento anche elettrico per un utilizzo in tutte le stagioni.

La superficie del radiatore, indipendentemente dal materiale, è liscia ed omogenea, ottenuta tramite un processo di lavorazione in diverse fasi. Quella finale consiste in genere nella verniciatura epossidica a base di polveri, fissate alla superficie con un trattamento ad alta temperatura che ne evita la corrosione e le rende molto resistente e bella nel tempo.

Ampia è la gamma di colori e finiture, dal classico bianco, alle tonalità Ral, fino a quelle cromate, sabbiate e lucide. Occorre però considerare che non tutte offrono la stessa resa termica. In particolare, le superfici cromate riducono l’emissione di calore per irraggiamento del 30% circa rispetto ad uno stesso modello colorato o bianco.

Impianti termici a radiatori: le agevolazioni fiscali

La Legge di Bilancio 2020 ha confermato le detrazioni per la ristrutturazione edilizia, per la riqualificazione energetica ed il Bonus Mobili.

La sostituzione dei radiatori rientra nel primo caso e dà diritto ad un bonus del 50% da detrarre dall’Irpef. Lo stesso vale per l’installazione di valvole termostatiche su termosifoni esistenti.

Con i modelli elettrici si può ottenere il bonus mobili sempre al 50%. La detrazione massima per unità immobiliare rimane di 96 mila euro.

Più sostanzioso l’Ecobonus al 65% ma per beneficiarne è necessario migliorare l’efficienza energetica della casa, quindi rinnovare l’impianto, per esempio installando anche una nuova caldaia a condensazione con sistema di termoregolazione.