Rossana Nardacci, Autore presso Ristruttura Interni – Pagina 10 di 18
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Pavimenti per interni: un volto nuovo alla tua abitazione!

Pavimenti per interni: un volto nuovo alla tua abitazione!

Durante la ristrutturazione casa,  la scelta del pavimento è una decisione fondamentale da prendere con attenzione. Non tutti i pavimenti sono uguali, né tutti si adattano alle stesse esigenze.

I pavimenti per interni sono elementi strutturali, per cui devono essere solidi e resistenti, ma hanno anche una importante funzione decorativa all’interno della casa.

Sono rivestimenti che devono essere sia funzionali e pratici da mantenere sia belli ed accoglienti per rendere piacevole e gratificante la permanenza in casa.

Tipologie di pavimenti per interni

I materiali utilizzati per realizzare i pavimenti interni sono diversi: dalla ceramica, al legno, al parquet, all’acciaio, alle pietre, resine, cemento e moquette.

  • Pavimenti in ceramica. La ceramica è una delle soluzioni ideali e più diffuse per il rivestimento del pavimento di qualsiasi locale, che sia abitazione o ufficio. 
  • Si tratta di un materiale molto resistente e soprattutto adattabile a qualsiasi ambiente perché si trova nelle più svariate colorazioni.

La ceramica è classificabile in base alla natura della pasta. Si distinguono due tipi: la ceramica a pasta compatta e la ceramica a pasta porosa.

La ceramica a pasta compatta è caratterizzata da una porosità bassa ma è molto resistente a graffi ed agli urti. Ed inoltre è impermeabile. Rientrano in questa categoria la porcellana ed il gres utilizzato come ceramica per pavimenti.

Il gres è una pasta argillosa a cui vengono incorporate specifiche sostanze le quali hanno la funzione di renderla più resistente. Prima di essere usato nella pavimentazione, deve essere sottoposto ad un trattamento di vetrificazione al fine di diventare lucido ed idoneo ad essere usato come lastra da pavimento.

La ceramica a pasta porosa ha una bassa resistenza ai grassi ed è un materiale molto duttile.

Rientrano in questa categoria maioliche e terracotta. Quest’ultima viene creata usando argilla comune.

Per cui, dopo averla cotta, diventa del caratteristico color rosso che la contraddistingue rispetto agli altri tipi di cottura. Il tipo di terracotta che viene usato per rivestire uno spazio più rustico ed intimo, viene ulteriormente ricoperto di materiale vetroso che gli fa assumere un aspetto liscio e brillante.

La lavorazione della maiolica invece è diversa. Essa viene ricavata dall’argilla di cava, la quale successivamente viene smaltata. Al fine di ottenere una buona maiolica, si deve cuocere prima l’argilla e poi il rivestimento dello smalto.

La ceramica utilizzata nei pavimenti ha caratteristiche ben precise, quali conducibilità termica bassa, durezza, resistenza all’usura, impermeabilità, facilità di rimozione delle macchie e dello sporco, nonché resistenza agli acidi.

  • Pavimenti in marmo. I pavimenti in pietre naturali rendono ogni ambiente della casa esteticamente unico.

Il marmo è una pietra naturale molto affascinante ma costoso. E’ la “pietra per eccellenza”, molto utilizzato per la pavimentazione di ogni ambiente sia interno sia esterno.

La classe e l’eleganza del marmo sono impagabili, motivo per cui resta tutt’oggi un materiale in uso nonostante sia costosissimo, non solo per gli alti costi di estrazione e trasporto ma anche per quelli necessari per la lavorazione e la posa.

Operazioni che richiedono manodopera altamente specializzata e sempre più irreperibile.

Le tonalità e le colorazioni del marmo sono svariate: dai classici bianchi, rosa ed ocra sino a colori brillanti quali il verde malakite, il blu lapislazzulo o il rosso damasco.

Le venature ineguagliabili e straordinarie contribuiscono a conferire a ciascuna lastra un aspetto particolare ed un’identità propria.

Utilizzare questo tipo di materiale per la pavimentazione della propria abitazione significa optare per un ambiente di un certo livello, raffinato e di classe.

Solitamente il marmo viene scelto come materiale per la pavimentazione di grandi saloni da pranzo o di ingresso, in abitazioni di un certo prestigio. E’ molto utilizzato anche negli ambienti comuni degli alberghi di lusso a cinque stelle, che lo prediligono anche come materiale d’arredo e pavimentazione dei bagni. Può essere utilizzato anche per pavimentazioni esterne.

La posa di un pavimento in marmo non è semplice. E’ necessario attendere per circa un mese e procedere poi con la levigatura e la lucidatura.

Il marmo necessita di una costante manutenzione e cura nel prestare sempre attenzione ed evitare abrasioni e graffi causati dall’attrito con elementi metallici o comunque duri.

Inoltre si tratta di un materiale non adattissimo ai pavimenti di cucina poiché, benché la superficie venga lucidata resta comunque porosa tendendo ad assorbire i liquidi. In particolare sono proprio le sostanze acide che possono provocare seri danni perché tendono a sciogliere i sali di calcio presenti nel marmo.

  • Il pavimento alla veneziana o palladiana rientra in questa categoria. La posa avviene su una base di cemento e si conclude nell’arco di 24 ore grazie alla cosiddetta tecnica “fresco su fresco”.

Si tratta di pavimenti unici perché totalmente personalizzabili nei decori e colori. Sono adatti a qualsiasi ambiente della casa. Inoltre sono molto resistenti e capaci di assorbire grandi sollecitazioni.

  • Il travertino è un altro materiale utilizzato per realizzare una tipologia di pavimento. Si tratta di una roccia sedimentaria di origine calcarea, la quale si forma con stratificazione di carbonato di calcio unito ad ossidi. E’ un materiale resistente, poco assorbente e duraturo.

Le venature ed i tipici segni che lo contraddistinguono nascondono eventuali macchie che nel tempo e con l’uso potrebbero formarsi. È particolarmente adatto agli ambienti rustici.

  • Il granito è una pietra naturale classificata come roccia eruttiva intrusiva acida, composta essenzialmente da quarzo ed, in quantità minori, da ortoclasio e mica nera.

E’ un materiale di difficile lavorabilità e lucidabilità. Presenta una resa estetica inferiore ma caratteristiche tecniche superiori a quelle dei marmi e dei calcari; a fronte di un peso specifico piuttosto modesto ha un’elevata resistenza all’usura, alla compressione ed all’abrasione.

L’elevata presenza di quarzo lo rende adatto e durevole anche per l’applicazione in ambienti esterni.

Nell’edilizia moderna il granito trova largo impiego soprattutto nelle pavimentazioni, sia interne che esterne e nei rivestimenti esterni.

Negli ambienti domestici viene utilizzato soprattutto per la realizzazione dei piani cottura di molte cucine.

Il granito è disponibile in svariate tonalità che vanno dal bianco al grigio, fino al rosa ed al rosso a seconda della concentrazione di ossido ferrico presente nel materiale. Ogni giacimento avrà dunque una sua colorazione tipica.

  • Pavimenti in PVC: offrono numerosi vantaggi dal punto di vista della posa, dei costi contenuti e della durata.

Un pavimento in PVC è costituito da vinile, ovvero plastica che acquisisce la caratteristica flessibilitá, grazie ad additivi detti plasticizzanti.

Si divide in omogeneo (composto) ed eterogeneo (multistrato). In quest’ultima categoria di identificano tre strati principali: la copertura superficiale che aggiunge lucentezza e lo protegge dall’usura, la salvaguardia dello strato intermedio, la finitura sul retro che determina il tipo di adesivo necessario alla posa in opera e che deve garantire un’ulteriore protezione contro umiditá e muffa.

Per quanto riguarda la posa in opera, sia le lamine che i quadrati in PVC, possono essere incollati al pavimento con un adesivo speciale. Qualora il pavimento in PVC dovesse rappresentare una scelta temporanea, è tuttavia sconsigliato l’uso di adesivi sulle piastrelle poiché rimuovere la colla è piuttosto difficoltoso.

  • Pavimenti in acciaio inox.  Grazie alle caratteristiche di questo materiale, questa tipologia di pavimenti si presta ad essere usata in ambienti dove sono necessarie alte garanzie di igienicità.

La produzione di questi pavimenti è molto flessibile e permette di soddisfare le più svariate esigenze progettuali: i pavimenti inox esistono in un’ampia gamma di formati e dimensioni, che si possono accostare anche alle piastrelle in ceramica già esistenti.

  • Pavimenti in parquet. Si tratta di un’alternativa economica ai pavimenti in legno  sia nel rivestimento degli spazi commerciali, sia in ambito residenziale.

Esistono due tipologie di parquet: quello prefinito, concepito essenzialmente per la posa flottante: le tavole, con spessori tra 6 e 12 mm, sono provviste di incastri che ciascun produttore sagoma in modo diverso; quello laminato che prevede l’inserimento inclinato ed  il successivo innesto a scatto, premendo la tavola in basso.

I  parquet laminati si dividono in due categorie, contraddistinte dalle sigle HPL e DPL. I primi, di maggior pregio, si realizzano con un processo in due tempi che sottopone i materiali a pressione e temperature elevate (High Pressure Laminated), in modo che gli strati risultino indivisibili e compatti. I laminati DPL (Direct Pressure Laminated) si ottengono con pressioni inferiori che fissano gli strati sul supporto in HPL.

Esiste poi anche il finto parquet, il quale, pur essendo più economico, è in grado di durare oltre vent’anni ed è assoggettato ad una normativa europea per il controllo della qualità.

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Importanza manutenzione casa

L’importanza della manutenzione in una abitazione

Ogni giorno viviamo e svolgiamo numerose attività all’ interno di ambienti, come casa, ufficio, capannoni, industrie, dalle quali dipende la nostra salute e quella dei nostri familiari.

Col passare del tempo, ogni costruzione sia civile che industriale, necessita di interventi di ammodernamento e manutenzione, i quali coinvolgono le diverse aree degli edifici in questione: dalle facciate dell’abitazione agli impianti idraulici, elettrici e di riscaldamento, dalla pavimentazione ai sistemi di isolamento termico ed acustico.

Si tratta di investimenti importanti sia per le famiglie sia per le imprese edilizie perché non sempre è facile coniugare la qualità degli interventi ambiti con la necessità di ridurre i costi delle ristrutturazioni. E’ fondamentale rivolgersi alle imprese edili più efficaci affinchè l’investimento sia valido, duraturo, sostenibile e soprattutto in linea con le norma vigenti.

Quando arriva il momento dell’inizio dei lavori di ristrutturazione, è necessario prestare molta attenzione agli eventuali permessi da richiedere al proprio Comune di appartenenza. Solitamente, quando si appaltano i lavori ad un’impresa edile, quest’ultima ha le adeguate conoscenze e si avvale di professionisti in modo da eseguire tutti i lavori nel massimo rispetto delle regole.

Tuttavia, è bene conoscere quali siano le normative in vigore in modo da essere preparati.

Le maggiori opere di ristrutturazione riguardano le parti interne di una casa. Gli interventi che si possono compiere sono numerosi: dai  più semplici fino ad arrivare a vere e  proprie trasformazioni dell’assetto, modificando volume e disposizione delle stanze.

Un errore di valutazione che spesso purtroppo si compie, è quello di pensare che, dato che  un intervento riguarda l’interno di un’abitazione, si possa fare ciò che si vuole senza chiedere nessun tipo di permesso. In realtà non è affatto così.

Le normative che regolano gli interventi edilizi vengono attuate a livello locale: può capitare che per la stessa opera un Comune richieda dei permessi mentre altri invece no.
Per capire che tipo di autorizzazione richiedere è necessario individuare con esattezza l’intervento che deve essere effettuato. É la legge che differenzia le varie tipologie ed in particolare il Testo Unico dell’Edilizia (d.p.r 380/2001) all’articolo 3, suddividendo gli interventi edili in:
interventi di manutenzione ordinaria: sono tutte quelle opere di finitura interna ed esterna di un edificio (tinteggiatura, pulitura facciate, sostituzione pavimentazione, cambio infissi, ecc.), riparazione o sostituzione degli apparecchi igienico-sanitari e manutenzione per mantenere efficienti o integrare gli impianti tecnologici presenti (luce, acqua, ecc.).
interventi di manutenzione straordinaria: sono opere che hanno lo scopo di modificare o sostituire delle parti funzionali e strutturali di un immobile oppure per il frazionamento di un’unità abitativa o l’accorpamento di due strutture adiacenti.
interventi di restauro e di risanamento conservativo: opere di consolidamento e rinnovo per conservare le funzionalità dell’immobile.
interventi di ristrutturazione edilizia: sono tutte le opere di demolizioni e ricostruzione. Sono compresi anche gli interventi di ristrutturazione sia interna che esterna.

Manutenzione straordinaria

La manutenzione straordinaria, anch’essa definita nell’art. 6 del T.U. (lettera b del comma 3) riguarda le opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici, nonché per realizzare ed integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici, sempre che non alterino la volumetria complessiva degli edifici e non comportino modifiche delle destinazioni di uso.

Questa norma è stata poi modificata ed ampliata dal Decreto legge n. 133 del 2014, il quale ha allargato la casistica degli interventi che rientrano nella cosiddetta manutenzione straordinaria, comprendendo  anche l’installazione di ascensori e  di scale di sicurezza, la realizzazione dei servizi igienici, la sostituzione di infissi esterni con la modifica dei materiali o delle tipologie di finestre.

Gli interventi, per poter essere qualificati come di manutenzione straordinaria, non devono alterare i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari e  non devono comportare modifiche rispetto  alle destinazioni d’uso. Quindi non possono comportare, ad esempio, un passaggio da civile abitazione ad ufficio o viceversa.

Documentazione richiesta per interventi di manutenzione straordinaria

Per interventi di manutenzione straordinaria, i quali non prevedono modifiche della struttura, è necessario presentare la C.I.L.A. (Comunicazione Inizio Lavori Asseverata). Si tratta di una pratica introdotta nel 2010 con la Legge 73.

Essendo una comunicazione, non necessita dell’approvazione del Comune. E quindi i lavori possono iniziare da subito. Viene presentata dal proprietario  presso il Comune (Sportello Unico per l’Edilizia SUE) territorialmente competente.Può essere presentata anche dall’inquilino che utilizza l’immobile in base ad un contratto di affitto con il consenso del proprietario dell’immobile.

Anche un professionista abilitato, (architetto, geometra, ingegnere) può presentare la CILA, se delegato da uno dei titolari. Il coinvolgimento di un professionista abilitato è necessario comunque per la compilazione delle dichiarazioni ed asseverazioni di sua competenza. Il tecnico, infatti, dichiara che le opere realizzate tramite Cila rispettano la normativa in materia e realizza gli elaborati grafici (planimetrie, sezioni, prospetti etc.).

Nei casi in cui nelle opere di manutenzione straordinaria rientrino interventi non contemplati, per la ricostruzione edilizia, risanamento conservativo e restauro, è necessario presentare una S.C.I.A. (segnalazione certificata di inizio attività).

La Segnalazione Certificata di Inizio Attività è entrata in vigore il 31 luglio del 2010 sostituendo la D.I.A (denuncia di inizio attività). Successivamente con il decreto legislativo 126/2016 e 222/2016 (decreto SCIA 2) il Governo ha introdotto un ulteriore snellimento burocratico con la S.C.I.A. unica e S.C.I.A. condizionata per facilitare tutte le operazioni di richiesta.
Le ultime modifiche introdotte alla nuova legislatura riguardano gli interventi realizzabili mediante la S.C.I.A.  quali:
interventi di manutenzione straordinaria delle parte strutturali dell’immobile;
interventi per il restauro e la conservazione delle parte strutturali dell’immobile;
ristrutturazione edilizia che non preveda variazioni volumetriche, cambio di sagoma o modifiche della destinazione d’uso dell’immobile.
La S.C.I.A. può essere presentata solamente da un tecnico abilitato in forma telematica presso lo sportello unico per le attività produttive (SUAP). E’ stata introdotta una standardizzazione della modulistica per tutti i comuni: le Amministrazioni sono obbligate a pubblicare sul proprio sito, sia i moduli, sia tutte le informazioni sull’eventuale documentazione da allegare. Le amministrazioni non possono pretendere dal richiedente documentazione non prevista dell’elenco pubblicato online.
La validità della S.C.I.A. prende il via dal giorno che viene protocollata ed il richiedente riceverà per via telematica una ricevuta. Anche senza ricevuta la S.C.I.A. ha comunque validità.

Il vantaggio di questo permesso è di non avere tempi di attesa: se la modulistica presentata è corretta e supera una verifica preliminare, il richiedente può iniziare subito i lavori. L’amministrazione competente ha invece 60 giorni (30 per l’edilizia) di tempo dal momento che ha ricevuto la S.C.I.A, per effettuare tutte le verifiche del caso ed accertare la regolarità della documentazione presentata. Decorso il termine, se l’Amministrazione non effettua nessun atto di sospensione, non può prendere provvedimenti tranne per il sopraggiungere di un pericolo o danno all’ambiente, alla salute, alla sicurezza pubblica o al patrimonio artistico-culturale.
Una volta che i lavori sono terminati il richiedente deve depositare la Comunicazione di Fine Lavori. È necessario anche allegare un certificato di collaudo redatto dal tecnico incaricato, per certificare la conformità dei lavori con il progetto presentato all’inizio. Nel collaudo potrà anche essere inserita la dichiarazione dell’eventuale variazione catastale oppure un documento con cui si accerta che le opere effettuate non hanno portato a nessuna modifica.

Manutenzione ordinaria

Secondo l’Art. 6 del Testo Unico sull’Edilizia (T.U.) rientrano nella manutenzione ordinaria, “gli interventi edilizi che riguardano le opere di riparazione, rinnovamento e sostituzione delle finiture degli edifici o necessari ad integrare/mantenere in efficienza gli impianti tecnologici esistenti”.

Si tratta di opereeseguite senza alcun titolo abilitativo quindi non occorre la richiesta di nessun tipo di permesso né di una comunicazione di inizio lavori. E’necessario prestare comunque attenzione perché alcuni Comuni potrebbero, anche in questi casi, richiedere una semplice comunicazione oppure pretendere l’invio della modulistica unificata C.I.L. (comunicazione di inizio lavori).

Per impianti tecnologici si intendono gli impianti di riscaldamento, di condizionamento, quello idrico-sanitario (scarichi, adduzione acqua cucina e bagno), ricambio aria, elettrico, gas cottura ed evacuazione fumi (canna fumaria o camino).

Tra le opere di manutenzione ordinaria vi sono:

  •  demolizione e ricostruzione dei pavimenti, degli intonaci dei tramezzi e degli stessi tramezzi qualora vengano demoliti per essere ricollocati esattamente allo stesso punto dell’originale;
  •  sostituzione delle porte interne e degli infissi esterni (porte, finestre e lucernari);
  •  tinteggiatura delle pareti interne ed esterne o dei soffitti. Occorre fare attenzione agli edifici vincolati dalla Soprintendenza ai beni architettonici, per i quali è richiesta una specifica autorizzazione (nullaosta), anche nel caso di ripristino delle pitture o dell’intonaco in rapporto a decorazioni ed affreschi di edifici storici.
  •  sostituzione della caldaia o dei radiatori,  riparazione della recinzione, l’installazione di tende da sole,  sostituzione o riparazione di camini,  sostituzione dei sanitari, riparazione dell’impianto elettrico, di riscaldamento o del gas;
  • installazione o sostituzione di citofoni, videocitofoni, antenne o telecamere, tende, ringhiere, parapetti, cancellate, recinzioni, muri di cinta, grondaie, davanzali, cornicioni, tegole.
  •  riparazione e/o sostituzione delle canalizzazioni fognarie senza apportare modifiche al percorso o alle dimensioni delle tubazioni.
  • interventi volti all’eliminazione di barriere architettoniche che non comportino la realizzazione di ascensori esterni, oppure di manufatti che alterino la sagoma dell’edificio; 

Essendo stata abolita la CIL, Comunicazione Inizio Lavori non occorre presentare una comunicazione neanche per:

  •  opere dirette a soddisfare obiettive esigenze temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità e, comunque, entro un termine non superiore a novanta giorni (ad esempio i ponteggi);
  • opere di pavimentazione e di finitura di spazi interni ed esterni (ad esempio il ripristino, rifacimento e tinteggiatura facciate), anche per aree di sosta,  realizzazione di intercapedini interamente interrate e non accessibili o vasche di raccolta delle acque;
  • trattamento dei ferri di armatura arrugginiti;
  •  montaggio di pannelli solari, impianti fotovoltaici, a servizio degli edifici al di fuori del centro storico;
  •  posa in opera di aree ludiche senza fini di lucro e gli elementi di arredo delle aree degli edifici appropriate.
  •  rifacimento dell’impianto elettrico, idrico, di riscaldamento, di condizionamento e climatizzazione all’interno del singolo appartamento o anche dell’intero fabbricato. E’ fondamentale sapere che per i nuovi impianti termici è obbligatorio il deposito della legge 10 a firma di un professionista per garantire il risparmio energetico. Invece per i nuovi impianti elettrici, gas e riscaldamento occorre redigere la dichiarazione di conformità
  • a cura dell’installatore.

Tutte le opere sopracitate non richiedono alcun titolo edilizio.

Titoli abilitativi per interventi di manutenzione ordinaria

La manutenzione ordinaria, come prescritto dall’art.6 del Testo Unico, rientra tra gli interventi di attività edilizia libera. Per questo motivo non è soggetta a richiesta di titoli abilitativi al Comune, tranne nel caso di interventi sulla facciata, in cui bisogna verificare la presenza di vincoli paesaggistico-ambientali o di Piano del Colore. In questi casi, occorre presentare relativa comunicazione allo Sportello Unico dell’Edilizia.

Si consiglia  sempre di inviare una comunicazione in carta semplice al Comune, al momento dell’inizio dei lavori ed al termine degli stessi.

Rimane l’obbligo di rispetto delle prescrizioni in materia di sicurezza e della notifica preliminare all’ASL  nel caso in cui intervenga più di una impresa anche non contemporaneamente.

Nel caso in cui ci fosse la necessità di installare su suolo pubblico opere provvisionali, come ponteggi, sarà necessario presentare preventivamente la richiesta di Occupazione di suolo Pubblico e pagare i relativi oneri.

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Share economy in condominio: le formule di condivisione di servizi ed attività

Share economy in condominio: le formule di condivisione di servizi ed attività

Attraverso la condivisione di servizi che fanno risparmiare tempo e denaro e giovano all’ambiente, anche il condominio sperimenta le nuove formule di economia collaborativa.

Dagli asili nido condominiali, le prime attività a sperimentare tale formula, si è presto passati a baby sitter e governanti condivise, come badanti ed infermieri specializzati.

Ci sono poi realtà che usufruiscono di servizi di bike sharing, di una biblioteca comune a tutto il palazzo e di acquisti collettivi.

In ultimo, seppur ancora poco diffuso, c’è il wi-fi condominiale che con l’installazione di un’antenna sul tetto dell’edificio e la firma di un unico contratto con l’operatore di rete, consente a tutti i residenti di collegarsi ad Internet, anche negli spazi esterni come il cortile.

In quest’ultimo caso, i servizi sono quindi offerti da società terze e non coinvolgono direttamente il condominio. In altri casi, invece, per il via libera occorre raggiungere la maggioranza.

Asilo nido aperto ai condomini ed agli “esterni”

Laddove il regolamento di condominio sia di tipo assemblare e non di natura contrattuale che può vietare il servizio, ogni condominio può avviare all’interno della propria abitazione un asilo nido.

Ciò non può avvenire, per esempio, se il documento contrattuale vieta “assembramenti o passaggi” più o meno consistenti di persone che possano determinare un disturbo per la collettività condominiale.

Le “persone” sarebbero i genitori ed i parenti che accompagnano i bambini e li riprendono all’uscita. In tal caso, uno o più condomini, così come lo stesso amministratore, potrebbero opporsi.

In assenza di divieti si può dunque presentare la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) ed ottenere dal Comune, dopo l’ispezione dell’Asl, un certificato di idoneità dei locali dove si vuole svolgere l’attività.

Ogni Regione ha le sue regole ma, in generale, per il via libera serve uno spazio dedicato all’accoglienza, un’area gioco protetta ed un’altra destinata al riposo dei bambini, arredata con opportuni lettini.

E’ necessario, inoltre, un bagno con fasciatoio ed una cucina a norma.

Tutte le aree devono essere separate e pensate per non procurare rischi ai bambini: niente prese di corrente a vista, spigoli pericolosi, arredi e suppellettili, che potrebbero ferirli.

Anche il numero massimo dei piccoli dipende dai regolamenti regionali: in media se ne possono ospitare fino a sette. Ogni educatrice obbligata a seguire un corso di formazione di 250 ore per occuparsi al massimo di 5 bambini.

Un altro paletto è la metratura dell’abitazione in rapporto al numero di bambini, in media 4-10 mq per ogni piccolo ospite. Ed ancora, l’orario massimo di apertura, che non può superare le otto ore giornaliere.

Badanti e baby sitter condominiali

Si tratta di lavoratori che svolgono in appositi spazi condominiali se autorizzati, o all’interno della propria abitazione se inserita nel contesto condominiale, servizi per la prima infanzia o per persone anziane autosufficienti.

O in generale, attività relative alla vita familiare, in favore dei condomini o di una parte per loro.

Il costo è a carico dei condomini che ne usufruiscono.

La badante condominiale, in particolare, è utile in quegli edifici in cui risiedono persone anziane che necessitano di un aiuto costante. Se, invece, in uno stabile abitano molti bambini, viene assunta una baby sitter condivisa.

Assistente condominiale, altra figura destinata a crescere

Si tratta di una sorta di “tata condivisa”, le cui mansioni possono essere di vario tipo: sbrigare piccole faccende domestiche (fare la spesa, pagare le bollette, ritiro ricette mediche), accudire i bambini e/o accompagnarli a scuola.

Per questa governante, lavorare in condominio significa quasi azzerare il tempo per gli spostamenti e, di conseguenza, offrire tariffe più basse agli utenti che aderiscono al servizio.

La figura dell’assistente condominiale è prevista dall’articolo 18, comma 1, punto D3 del Contratto collettivo nazionale di lavoro per i dipendenti da proprietari di fabbricati che specifica come, su incarico condominiale, possa svolgere mansioni relative alla vita familiare dei condomini o di una parte degli stessi che, in tal caso, se ne assumono le spese.

Il lavoratore, come esplicitato nel contratto, deve essere in possesso delle seguenti competenze professionali:

  • Conoscere il contesto di riferimento nel quale opera il datore di lavoro e la sua struttura organizzativa specifica;
  • Conoscere la collocazione della propria area di attività nell’ambito dei servizi svolti;
  • Saper predisporre documentazione e modulistica;
  • Saper effettuare comunicazioni telefoniche, comunicazioni interne anche con strumenti telematici;
  • Conoscere la normativa di base relativa al settore di appartenenza;
  • Conoscere ed utilizzare, ove necessario, le nozioni di base di una lingua straniera;
  • Conoscere le procedure ordinarie di lavoro predeterminate dal datore di lavoro e gli applicativi specifici;
  • Conoscere le modalità di smistamento dei documenti cartacei ed informatici;
  • Conoscere le modalità di esercizio di acquisti di merce/servizi, anche attraverso i Gruppi di acquisto solidale.

Biblioteca condivisa accessibile a tutti i residenti: è possibile?

Si tratta di un’idea diventata una realtà in un palazzo milanese. Ed ora è già stata replicata in molti altri edifici.

Il locale della portineria, così come le altre parti comuni dell’edificio, appartiene a tutti i condòmini che possono servirsene senza alterarne la destinazione ed evitando di impedirne l’utilizzo agli altri partecipanti.

La scelta di posizionare i libri negli spazi che una volta ospitavano la portineria è un caso limite e non sembra presupporre un cambio di destinazione d’uso.

Se nel regolamento condominiale contrattuale è esplicitamente vietato adibire la portineria ad altre funzioni, per procedere occorrerà modificare il regolamento con il voto unanime di tutti i condòmini proprietari.

Adsl condominiale, sistema poco diffuso ma che permette di abbattere i costi

Adsl condominiale prevede l’installazione di un’antenna radio sul tetto comune che emana un segnale captato da tutti i condòmini in possesso della password.

Questo sistema, poco diffuso ancora, permette sicuramente di abbattere i costi ma può risultare lento, soprattutto nei condomini composti da molte unità abitative. E’ quindi consigliato nelle zone non coperte da adsl o fibra ottica.

Per quanto concerne il quorum da ottenere in assemblea per procedere con l’installazione dell’antenna, è necessario il voto favorevole della maggioranza degli intervenuti e che rappresenti almeno i 500 millesimi dell’edificio.

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Rinnovare gli interni: iter, pratiche e bonus

Rinnovare gli interni: iter, pratiche e bonus

Apportare qualche cambiamento agli interni della propria abitazione è un’esigenza spesso legata al deterioramento delle finiture o all’invecchiamento degli impianti. Talvolta invece è una necessità dovuta al mutamento delle abitudini domestiche o dei gusti che vengono sollecitati  dalle nuove tendenze.

Intraprendere un qualsiasi intervento di rinnovamento della casa significa operare delle scelte che, a seconda dei casi, possono essere legate all’organizzazione degli spazi o riguardare l’estetica e poi metterle in pratica. E’ proprio quest’ultimo aspetto a suscitare non pochi dubbi: a chi rivolgersi e come procedere?

Le spese sostenute si possono detrarre, usufruendo dei bonus fiscali dedicati alla casa?

Per agire a norma e nella tutela personale ed altrui, prima di dar corso a qualsiasi lavoro in casa, occorre sapere quali sono gli obblighi di legge a carico e quali gli eventuali adempimenti burocratici. Le risposte a queste domande le fornisce il Comune in cui è situato l’immobile oggetto dei lavori, attraverso l’ufficio tecnico dedicato all’edilizia privata.

Gli interventi più diffusi nel rinnovare gli interni

  1. Modificare il layout della casa procedendo con la demolizione e successiva costruzione di pareti divisorie, può sembrare un intervento di routine ed invece richiede un iter burocratico a cura di un progettista abilitato (geometra, ingegnere, architetto, iscritto al relativo ordine professionale).
  2. Qualche problema lo crea anche la sostituzione degli infissi, uno degli interventi più comuni e diffusi. Il motivo risiede nella diversa classificazione del lavoro (manutenzione ordinaria o straordinaria) a seconda che i nuovi serramenti comportino o meno la modifica di materiale o tipologia rispetto a quelli precedenti.

Demolizione e ricostruzione di pareti divisorie

E’ ciò che si fa comunemente in una ristrutturazione per modificare il layout della casa. Ad esempio, quando si aggiunge un bagno o si sposta la cucina nel living.

Quando finalizzati a modificare la distribuzione degli spazi in un appartamento, questi due interventi rientrano nella manutenzione straordinaria. Se, invece, un tramezzo viene demolito e ricostruito nella stessa posizione, senza variare il layout della casa né le dimensioni delle stanze, si parla di manutenzione ordinaria.

Normativa e pratiche amministrative

La distinzione sopracitata è fondamentale, in quanto gli interventi di manutenzione ordinaria possono essere eseguiti senza titolo abilitativo e senza comunicazione in Comune. Lo stabilisce il Glossario di edilizia libera entrato in vigore il 22/04/2018.

Nel caso di manutenzione straordinaria, il riferimento è il D.P.R n°380 del 6/6/2001 “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia”. Riguarda “le opere e le modifiche per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici, per realizzare ed integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici, purchè non alterino la volumetria complessiva degli edifici e non comportino modifiche delle destinazioni d’uso.

Per poter effettuare lavori di manutenzione straordinaria serve la Cila, Comunicazione di inizio lavori asseverata, disciplinata dall’art. 6 bis del Testo Unico, alla quale vanno abbinati gli elaborati grafici inerenti il progetto di ristrutturazione.

Con la Cila è possibile iniziare i lavori subito dopo la presentazione della pratica presso lo “Sportello Unico per l’Edilizia” del Comune territorialmente competente.

Per la compilazione delle dichiarazioni ed asseverazioni di competenza tecnica e per la realizzazione del progetto è necessario rivolgersi ad un professionista abilitato (“progettista” o “tecnico asseverante”). Con la pratica, il tecnico dichiara che le opere realizzate tramite Cila rispettano la normativa in materia. In sostanza, è proprio lui, munito di opportuna delega o procura speciale, a presentare la Cila; tale prassi è ormai consolidata in quanto in molti Comuni sono attive procedure obbligatorie di invio online, accessibili solo a chi è dotato di firma digitale e posta elettronica certificata.

Ci sono alcuni aspetti tecnici che non vanno trascurati  quando si tratta di “spostare” le tramezze. Uno di questi riguarda la posizione: occorre rispettare i requisiti igienico-sanitari, previsti dai regolamenti edilizi comunali vigenti, per quanto concerne le dimensioni minime degli ambienti ed i rapporti di illuminazione ed aerazione dei locali.

Per questo motivo serve un tecnico che coordini le operazioni, dalla progettazione alla realizzazione. I lavori poi devono sempre essere eseguiti da maestranze qualificate ed abilitate come quelle presenti nel nostro valido team. Non bisogna dimenticare che la demolizione di un tramezzo può interessare anche gli impianti che talvolta sono in esso contenuti.

Incentivi per chi ristruttura

In caso di manutenzione straordinaria, si ha diritto alla detrazione fiscale prevista per le ristrutturazioni edilizie. Tale bonus permette di recuperare in 10 anni, con rate di uguale importo, il 50% della spesa sostenuta per un massimo detraibile di 96mila euro. Tali condizioni sono valide fino al 31/12/2019. Oltre questa data, la percentuale di sconto potrebbe essere ridotta, come pure l’importo massimo detraibile.

Per usufruire dello sconto fiscale, occorre presentare in Comune la pratica edilizia ed effettuare tutti i pagamenti tramite specifico bonifico “postale o bancario”.

La documentazione raccolta, comprese le asseverazioni a firma del tecnico incaricato, andrà poi consegnata al proprio consulente fiscale in sede di dichiarazione dei redditi.

Possono usufruire di questa detrazione tutti i contribuenti assoggettati all’imposta sul reddito delle persone fisiche, residenti o meno sul territorio dello Stato italiano.

L’agevolazione spetta non soltanto ai proprietari degli immobili, ma anche ai titolari di diritti reali/personali di godimento sugli immobili oggetto degli interventi e che ne sostengono le relative spese.

Sostituzione di infissi, uno dei lavori più effettuati, grazie anche alle agevolazioni fiscali

I motivi che portano a sostituire gli infissi sono generalmente due: rottura o ammaloramento dovuti al tempo e/o, esigenza di un maggiore isolamento termico ed acustico. In molti casi queste due motivazioni si sovrappongono.

Ci sono casi in cui un infisso danneggiato può essere riparato, ma è importante capire se ciò sia davvero conveniente, soprattutto se si tratta di infissi con trenta o più anni di vita. Infatti, in questi casi, il ripristino potrebbe trasformarsi in un’operazione molto costosa, in alcuni casi addirittura paragonabile alla sostituzione, ma senza quei benefici che, invece, gli infissi moderni garantiscono.

Un’ultima considerazione da fare è che un serramento con singola lastra di vetro risalente agli anni Settanta è al di sotto dei valori minimi di isolamento previsti attualmente per legge e risulta sei volte più dispersivo, un infisso con vetrocamera realizzato negli anni Ottanta lo è comunque tre volte. Questo riguarda la maggior parte delle abitazioni edificate tra il secondo dopoguerra e gli anni Ottanta. Ecco perché la sostituzione dei serramenti è sempre consigliabile. Passare dai vetri singoli a quelli doppi o tripli in alcune zone geografiche significa risparmiare sulla climatizzazione tutto l’anno.

Tipologie dei serramenti

I telai dei serramenti si possono dividere in due grandi famiglie: i mono materiale ed i composti.

I primi sono realizzati con un unico materiale per tutta la loro sezione, mentre i secondi prevedono due materiali diversi accoppiati, nel tentativo di sfruttare al massimo le caratteristiche di entrambi.

All’interno degli infissi mono materiale, il pvc è più diffuso, seguito dal legno, che ancora riveste un ruolo molto importante nel mercato per la sua estetica e dall’alluminio che, grazie al taglio termico, fornisce performance concorrenziali. Quest’ultimo, essendo un metallo è un buon conduttore e quindi poco isolante, e deve la sua diffusione in questo settore all’introduzione del cosiddetto “taglio termico”: il telaio in alluminio è formato da due parti separate che sono unite con un giunto isolante.

Il giunto garantisce l’isolamento necessario e l’alluminio fornisce qualità estetiche, durata, resistenza agli agenti atmosferici e bassa manutenzione.

Una delle caratteristiche apprezzate, non solo dall’alluminio ma anche del pvc, è l’ampia gamma di colorazioni possibili, anche simil legno.

Gli infissi in materiali misti si presentano con varie combinazioni: pvc-legno, alluminio-legno, pvc-alluminio. In molti di questi casi il nucleo del telaio è comunque realizzato in pvc.

Il profilo doppio permette di differenziare i colori tra interno ed esterno.

Per evitare di intervenire sulla muratura, riducendo tempi di posa e costi, si può montare una nuova finestra su un vecchio telaio, ma solo se lo stato di conservazione di questo lo consente.

Un nuovo telaio serve comunque e con tale sovrapposizione si riduce di 4-5 cm la parte vetrata, a meno che non si acquistino modelli con profili ultrasottili.

Nella scelta dei nuovi modelli, grande attenzione va prestata anche alle performance tecniche. Ad esempio, la capacità di contrastare la dispersione di energia si chiama trasmittanza termica  e deve essere certificata da istituti qualificati ed accreditati.  Quanto più il valore è basso, tanto più il serramento ha potere isolante.

Per accedere alle detrazioni fiscali sono previsti limiti di trasmittanza da rispettare per i serramenti nel complesso (telaio+vetrazioni) in funzione della zona climatica in cui è ubicato l’edificio. Vi è un’ampia gamma di vetrazioni che, combinate in vetrocamera, possono garantire prestazioni di isolamento  ma anche di sicurezza. Nella scelta, per la tenuta  termica sono utili i cosiddetti “coating” (depositi metallici basso-emissivi oppure selettivi), mentre ai fini acustici conta più lo spessore: meglio se le lastre stratificate hanno spessore differenziato.

Pratiche amministrative ed incentivi per chi cambia gli infissi

La sola sostituzione degli infissi, senza altre opere ad eccezione di quelle necessarie per eseguire la posa in opera correttamente, è qualificata come manutenzione ordinaria, per la quale non sono necessari adempimenti burocratici o pratiche edilizie.

Se l’immobile è ubicato in una zona vincolata ai fini paesaggistici, anche per la semplice sostituzione dovrà essere comunque preventivamente richiesta l’autorizzazione paesaggistica ai sensi dell’Art. 146 del D.Lgs. 42/04.

Quando invece i nuovi serramenti modificano le caratteristiche di quelli esistenti (dimensione, ripartizione e quindi numero di ante, tipologia di apertura, colore esterno) l’opera diventa classificabile come manutenzione straordinaria e, quindi, richiede una pratica. In più, i tali casi, in condominio, può servire anche il parere dell’assemblea.

Riguardo gli incentivi e fino al 31 Dicembre è possibile beneficiare della detrazione pari al 50% delle spese per la sostituzione dei serramenti con modifica di materiale o di tipologia (manutenzione straordinaria) o della sola sostituzione (manutenzione ordinaria) se rientra nel novero di una più ampia ristrutturazione della casa. Oppure, se l’acquisto delle finestre si configura in modo certificato quale intervento di miglioramento della prestazione energetica degli edifici.

Per ottenere il riconoscimento dello sconto fiscale, occorre pagare tramite bonifico bancario o postale, indicando la legge di riferimento, i dati del beneficiario e del destinatario, la causale.

Per l’ecobonus è fondamentale anche inviare un’apposita documentazione all’Enea entro 90 giorni dalla fine dei lavori.

Nel “bonus finestre 2019” rientrano anche: ampliamento finestre esterne, riparazione o sostituzione di davanzali di finestre o balconi; sostituzione senza modifica della tipologia di infissi.

Essere informati e sapere a chi affidarsi significa risparmiare su costi e tempi ed avere garanzia del risultato. Ed allora cosa aspetti? Contattaci

privacy condominio

Privacy in condominio: le nuove disposizioni di legge

Quali sono le procedure per tutelare le informazioni ed i dati personali di chi vive in un edificio multipiano?

Il nuovo Codice della privacy, introdotto dalla dlgs 101/2008, tiene conto delle disposizioni contenute nel Regolamento generale sulla protezione dei dati redatto dall’Unione Europea (Gdpr).

In ambito condominiale le novità rispetto al passato sono davvero poche, con le ultime norme che, in sintesi, introducono regole più severe per il responsabile del trattamento dei dati. (amministratore del condominio).

Il condominio, in quanto titolare del trattamento dei dati, ora è obbligato a delegare l’amministratore responsabile del trattamento dei dati. Mentre in passato il conferimento dell’incarico era facoltativo. Come si legge all’articolo 5 del Regolamento europeo, l’amministratore ha l’obbligo di trattare i dati secondo liceità, correttezza e trasparenza.

In definitiva, l’amministratore ha maggior responsabilità e rischia pene più severe nel caso in cui commetta errori.

Ma al contempo è aumentato il suo potere d’azione. Ad esempio, non è obbligato ad ottenere alcun consenso per la tenuta dei dati dei condomini, rientrando tra i suoi compiti la gestione delle informazioni personali dei partecipanti al condominio, come d’altronde previsto dagli articoli 1129 ed 1130 del Codice Civile.

Altro elemento degno di nota è l’introduzione del concetto di “accountability”, secondo il quale spetta all’amministratore decidere come organizzare il trattamento dei dati, garantendo la sicurezza delle informazioni e prevenendo perdite, distruzioni, furti o danni dei dati stessi.

Dati personali: quali si e quali no

Il condominio è una sorta di piccola comunità, in cui l’amministratore ricopre il ruolo più delicato, simile a quello del buon padre di famiglia.

Tenendo fede al suo mandato, così come deve garantire che le parti comuni dell’edificio funzionino e siano mantenute in buono stato, allo stesso modo deve saper gestire con attenzione la mole di informazioni che quotidianamente transita tra le sue mani: decine di dati, più o meno riservati, afferenti alle persone che abitano nello stabile. E’ tenuto ad averne cura, rispettando la privacy e la dignità dei soggetti.

Il compito dell’amministratore è però doppio: garantire la massima trasparenza nella gestione delle parti condivise, senza pero ledere il diritto alla riservatezza di ciascun condomino.

Per l’espletamento del proprio mandato, il professionista può quindi utilizzare dati anagrafici, indirizzo e quote millesimali dei singoli condomini. Ma, al contrario, non gli è permesso riportare in fogli cartacei o elettronici informazioni personali quali “single”, “divorziato”, “va in vacanza ad Agosto” ed una serie di dati che riguardano la sfera privata degli individui.

Per quanto concerne il numero di telefono dei condomini, sia fisso che mobile, l’amministratore può utilizzarlo soltanto se il contatto è già presente in elenchi pubblichi (ad esempio sulle pagine bianche), altrimenti è necessario il consenso scritto dei diretti interessati.

Il consenso occorre anche per ricevere comunicazioni attraverso posta elettronica. Con riferimento ai dati sanitari, ad esempio quelli relativi alla disabilità di uno o più condomini, si possono utilizzare soltanto se indispensabili ai fini dell’amministrazione del condominio. Come nel caso, ad esempio, della delibera per l’abbattimento delle barriere architettoniche.

Sicurezza e trasparenza

Per evitare che i dati personali dei condomini vadano persi, trafugati o finiscano in mano a terzi soggetti, l’amministratore ha l’obbligo di adottare adeguate misure di sicurezza per la loro conservazione.

La documentazione da mettere al sicuro riguarda la vita condominiale e quindi verbali, estratto conto, fatture, il registro di anagrafe condominiale.

Da parte sua l’amministratore, al fine di garantire maggiore trasparenza, nel momento in cui si insedia è tenuto a comunicare ai condomini i propri dati anagrafici e professionali, il codice fiscale e, qualora l’edificio sia amministrato da una società, la denominazione e la sede legale.

Il professionista, inoltre, deve rendere pubblici (solitamente sulla bacheca condominiale) domicilio e recapiti telefonici, così da poter essere contattato in caso di bisogno.

Il conto corrente: accesso tramite l’amministratore

La legge di riforma del condominio 220/2012 obbliga l’amministratore ad aprire un conto corrente intestato a condominio, dove far transitare le spese e le entrate.

L’articolo 1129, comma 7 del Codice civile, dispone che “l’amministratore è obbligato a far transitare le somme ricevute a qualunque titolo dai condomini o da terzi, nonché quelle a qualsiasi titolo erogate per conto del condominio, su uno specifico conto corrente, postale o bancario, intestato al condominio; ciascun condomino, per il tramite dell’amministratore, può chiedere di prendere visione ed estrarre copia, a proprie spese, della rendicontazione periodica”.

Nel caso in cui ciò non avvenga, il condomino può chiedere la convocazione dell’assemblea e revocare il mandato al professionista o rivolgersi alla banca, ma solo dopo aver inviato una raccomandata all’amministratore.

In caso di inerzia dell’assemblea o in mancanza di quorum, il condomino può rivolgersi al giudice che ha il potere di revocare l’amministratore. Tra le gravi irregolarità per cui questi può essere sollevato dal suo incarico figurano, infatti, la mancata apertura ed utilizzazione del conto e la gestione, secondo modalità che possono generare confusione, tra il patrimonio del condominio ed il patrimonio personale dell’amministratore o di altri condomini.

Videocamere e videocitofoni: attenzione a cosa si inquadra

Negli ultimi anni l’installazione di videocamere e videocitofoni, su iniziativa di singoli condomini o dell’intero condomino, ha fatto registrare un’impennata.

I motivi sono essenzialmente due: la riduzione dei costi degli impianti ed una crescente richiesta di sicurezza da parte dei residenti.

Riguardo all’installazione delle videocamere occorre fare una distinzione: se ad installare l’impianto è il singolo condomino che desidera monitorare un accesso privato (porta d’ingresso, finestra, balcone) egli può procedere senza l’autorizzazione dell’assemblea.

L’obiettivo della videocamera dovrà però limitarsi ad inquadrare solo la porzione dell’area privata da proteggere, evitando di riprendere spazi pubblici.

Qualora, invece, l’impianto è installato a protezione delle parti comuni, una volta deliberato l’intervento in assemblea (la maggioranza degli intervenuti ed almeno la metà dei millesimi dell’edificio), l’amministratore è tenuto a segnalare la presenza delle videocamere con appositi cartelli, da collocare nei luoghi ripresi o nelle immediate vicinanze, riportanti il logo o l’immagine di una telecamera.

Le immagini registrate possono essere conservate al massimo per 48 ore, trascorse le quali vanno cancellate. I videocitofoni sono considerati veri e propri dispositivi di videosorveglianza, soprattutto se abilitati a registrare e conservare le riprese. Per questo motivo, si applicano le stesse regole previste dal Codice della privacy per le telecamere.

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Ristrutturazione e recupero di edifici rurali: normative ed incentivi

Ristrutturazione e recupero di edifici rurali: normative ed incentivi

Nel nostro Paese, la maggior parte degli edifici da ristrutturare fa parte del patrimonio immobiliare costruito nella seconda metà del Novecento. Ci sono però molti altri fabbricati che sono più antichi e legati alle nostre origini. Essi potrebbero essere recuperati e valorizzati perché rappresentano la storia architettonica e non solo dell’Italia. Si tratta di tipologie edilizie locali, diverse da Regione a Regione, spesso con un passato rurale e fortemente legate all’identità del territorio che le ospita.

Per alcune, forse presenti in numeri più alti e distribuite anche in territori più ampi (come il casale e la cucina), normative e costi di ristrutturazione sono difficili da stabilire, perché dipendono dai regolamenti comunali e regionali e dallo stato di conservazione dell’immobile. (ma questo vale in tutti i casi). Altri esempi, come i trulli pugliesi, i dammusi di Pantelleria o gli stazzi sardi, che sono propri di zone limitate, sono regolamentati in modo univoco allo scopo di preservarne e valorizzarne l’identità.

I lavori: restauro e risanamento conservativo

Nella maggior parte dei casi di recupero di questi fabbricati si tratta di opere di restauro e di risanamento conservativo, poiché è previsto il cambio di destinazione d’uso.

In questa tipologia sono compresi gli interventi finalizzati a conservare l’immobile ed assicurarne la funzionalità per mezzo di opere che, rispettando gli elementi tipologici, formali e strutturali, ne consentono destinazioni d’uso con esso compatibili.

Tali interventi comprendono il ripristino ed il rinnovo degli elementi costitutivi, l’inserimento degli elementi accessori e degli impianti richiesti dall’uso e l’eliminazione degli elementi estranei all’organismo edilizio.

Il restauro è un intervento di recupero che si applica solo agli edifici di valore storico-artistico. Permette di apportare modifiche alla struttura ma non di alterarne la volumetria.

Il risanamento conservativo si applica quando occorre recuperare gli aspetti funzionali, statici ed igienici dell’edificio. Permette di modificare struttura e planimetria.

Gli interventi di restauro e risanamento conservativo non riguardanti le opere strutturali ricadono in CILA. Quelli riguardanti le opere strutturali richiedono la Segnalazione Certificata Inizio Attività. (SCIA).

Le spese si detraggono

Il recupero di questi edifici può essere classificato come intervento di manutenzione straordinaria, se non c’è un cambio di destinazione d’uso; altrimenti rientra tra le opere di restauro e di risanamento conservativo.

In entrambi i casi, le spese si possono detrarre grazie al bonus edilizia, valido fino al 31/12/2019. Tale agevolazione consiste in una detrazione dall’Irpef del 50% della spesa sostenuta (limite massimo detraibile 96.000 euro), che viene ripartita in 10 quote annuali di pari importo. In certe condizioni, la detrazione è prevista anche per chi acquista fabbricati ad uso abitativo già ristrutturati.

Non è possibile, in genere, usufruire dell’ecobonus del 65% per il risparmio energetico, in quanto non sussiste la condizione primaria che è quella di “sostituzione dell’impianto di riscaldamento”. Tali fabbricati, infatti, ne sono spesso sprovvisti. Ma se ne può godere per le schermature solari e, talvolta, per la copertura.

Per informazioni tecniche è sempre necessario rivolgersi al Comune dove è situato l’immobile.

Quali problemi affrontare?

Sicuramente è necessario informarsi bene per conoscere a fondo la normativa che disciplina questo tipo di intervento e che varia da regione a regione. Non è raro, infatti, che siano stati redatti regolamenti locali specifici proprio per tutelare gli edifici tipici. Talvolta sono previsti anche incentivi da parte di enti locali che favoriscono la ristrutturazione ed il recupero di questi fabbricati dismessi.

Entrando nello specifico, dal punto di vista operativo, quasi sempre è necessario intervenire sulla copertura e, con opere di consolidamento statico, anche sulla muratura. Di frequente, quest’ultima è anche interessata da problemi di umidità di risalita, che vanno risolti alla radice.

Naturalmente, gli interni vanno adattati per essere trasformati in spazi domestici, con tutta la dotazione tecnica degli impianti.

Recuperare edifici rurali: da un sogno ad un’opportunità economica

Abitazione rurale tipica del Trentino Alto Adige, spesso il maso consisteva in un fienile, una stalla o una piccola stanza adibita alla cottura dei cibi ed alla preparazione del formaggio, tutto in un unico edificio. Talvolta il fienile e la stalla erano costruiti a parte.

I masi non presentano uno stile di costruzione omogeneo ma variabile in base alle zone. Così anche l’impiego dei materiali: prevalentemente legno nelle valli ricche di foreste; legno e muratura laddove l’apporto di pietra e calce non era particolarmente difficoltoso. 

Il maso e la normativa

Sono i singoli Comuni della provincia di Trento a regolamentare, in materia edilizia, gli interventi su questi centri storici.

Poiché la ristrutturazione di un maso è paragonabile a quella di una casa standard, oltre gli incentivi fiscali statali, possono essere previsti quelli relativi all’insediamento in comuni montani.

I Comuni possono concedere a coloro che trasferiscono la loro residenza e la loro dimora abituale, nonché la propria attività, in una delle località indicate nel regolamento di esecuzione, impegnandosi a mantenerle nella medesima per almeno dieci anni, le seguenti agevolazioni:

  • Un premio di insediamento corrispondente al 70% della spesa sostenuta per il trasferimento, ivi compresa quella relativa al trasloco ed agli allacciamenti di telefono, gas ed elettricità.
  • Un contributo a fondo perduto, fino al 15% della spesa ammessa, per l’acquisto, la costruzione e la ristrutturazione di immobili da destinarsi a prima abitazione.

Vi sono poi altre misura relative agli interventi per il recupero del patrimonio edilizio montano. Ad esempio, la legge dispone che, ai fini della protezione e della riqualificazione dei beni culturali ed ambientali propri del territorio montano e del recupero dei fini abitativi, anche non permanenti, del patrimonio di edifici minori, individuati ai sensi dell’articolo 24 bis della legge provinciale 5 settembre 1991, n°22, i Comuni possono concedere contributi nella misura del 30% massimo della spesa ammessa, a favore dei proprietari.

La cascina, tipologia edilizia molto diffusa, nata con vocazione rurale

Si trova nella Pianura Padana Lombarda, in Piemonte ed in Emilia Romagna.

Al tempo ospitavano grandi fattorie e quindi si trattava di corpi edilizi importanti che comprendevano stalle, fienili, granai, pozzi e fontane. Oggi questo patrimonio edilizio esiste ancora in molti luoghi ed in parte è in stato di abbandono.

Il recupero di una cascina impone una pratica amministrativa elaborata che scoraggia i proprietari; non solo il progetto di ristrutturazione è complesso anche perché la concessione edilizia, per esempio per aprire un’attività nella cascina, passa dallo Sportello Unico per le Attività produttive, la stessa che deve intraprendere  un imprenditore che vuole avviare un’impresa industriale.

Il casale, tipologia edilizia diffusa nell’area centrale dell’Italia

Casa rurale in campagna senza mura di protezione, è una tipologia edilizia diffusa in Toscana, Umbria e Puglia, dove la sua costruzione risale al periodo medievale.

A differenza della cascina, la sua origine era a scopo abitativo e non legata ad attività agricola.

Anche in questo caso, il costo per una ristrutturazione-tipo è difficile da definire e dipende dagli interventi necessari e dalla finiture scelte, oltre che dalla dimensione del lotto. I nostri esperti saranno in grado di farvi un preventivo adeguato alle vostre esigenze.

Per quanto riguarda la normativa da seguire, ogni Comune ha un proprio regolamento edilizio in cui vengono dettate le linee guida per il tipo di restauro.

La maggior difficoltà, intervenendo su questi beni, sta nel riuscire a mantenere l’artigianalità nelle lavorazioni.

Lo stazzo, casa di pietra avente una struttura particolare

All’interno è composta da una sequenza lineare di stanze singole ciascuna aperta sull’esterno, separate da muri chiusi e con copertura a doppia falda.

In Gallura, lo stazzo era l’insieme del podere agricolo e della casa con un’economia praticamente chiusa ed avente solo una sorta di scambio dei beni con gli stazzi vicini.

Gli stazzi oggi sono identificati dal Piano Paesaggistico Regionale della Sardegna come beni paesaggistici e pertanto soggetti a vincolo di tutela. La ristrutturazione quindi deve avvenire nel massimo rispetto della tipicità architettonica dell’immobile, preservando forme e materiali originali.

La difficoltà tecnica  maggiore è quella di bloccare la risalita di umidità delle murature portanti in granito a contatto con il terreno. Un’altra difficoltà è l’instabilità della muratura portante che richiede di agire con la tecnica del cuci e scuci per ripristinare le parti deboli e consolidare la struttura con cordoli perimetrali in cemento armato, diligentemente nascosti all’interno della muratura stessa.

Il trullo, struttura in pietra a secco

Il Piano Paesaggistico Territoriale Regionale della Puglia, il PPTR, nella sezione dedicata alle strutture in pietra a secco, ne dà una definizione chiara: “sono segni puntiformi, isolati o aggregati, con carattere in genere cellulare”. Si presentano come moduli plani-volumetrici coperti da una falsa cupola e contenenti un vano interno accessibile da un’unica porta.

Nati come depositi per attrezzi agricoli, stalle, ricoveri temporanei e, raramente, come residenze permanenti, i trulli sono costruiti con conci di pietra disposti seguendo geometri coniche o piramidali e si trovano sia singoli che aggregati tra loro, a formare piccole o medie comunità.

Distribuiti in tutta la Puglia, nel passato, una volta dismessi venivano abbattuti. Oggi invece vengono valorizzati attraverso interventi di recupero filologici, perché così obbliga la normativa e trasformati in originali residenze.

Trulli: normativa e sicurezza

La Puglia ha un piano paesaggistico che tutela i trulli, equiparandoli a manufatti vincolati. Bisogna quindi rivolgersi alla Soprintendenza per ottenere il parere sul progetto che deve essere redatto seguendo le linee guida specifiche, definite nel PPTR della Regione Puglia.

Per la struttura si chiede di:

  • Conservare i caratteri tipologici ed architettonici del manufatto;
  • Impiegare esclusivamente tecniche e materiali tradizionali, secondo la cultura materiale della costruzione in pietra e secco della Puglia, tenendo conto delle specificità locali;
  • Escludere l’uso dei materiali diversi dalla pietra, evitando pietra lavorata industrialmente e di calcestruzzo, anche per le parti non a vista;
  • Integrare parti mancanti o deteriorate secondo criteri di conformità con l’esistente;
  • Escludere le sigillature dei giunti dei parametri murari;
  • Procedere per parti di estensione limitata, per poter conservare in sito la materia e la forma dell’oggetto.

E’ consigliato perciò procedere col metodo del cuci e scuci operando, per quanto possibile, su tratti alterni per conservare inalterati i profili e gli altri aspetti morfologici.

Per rivestimenti e finiture, si devo escludere l’uso di ceramiche, marmi colorati, mattoni di cemento.

Nel caso in cui sono presenti i pavimenti antichi, questi devono essere restaurati e, nelle zone degradate, integrati con elementi in pietra della stessa natura.

Si ritiene quindi irrinunciabile il recupero della tradizionale tecnica dello scialbo bianco di calce.

Il dammuso, particolare tipologia architettonica siciliana

Presenti soprattutto sull’isola di Pantelleria ed in altre parti della Sicilia, i dammusi rappresentano una particolare tipologia architettonica molto caratterizzante per l’isola.

E’ il Piano Regolatore Generale del Comune di Pantelleria a tracciare i punti fermi di questa tipologia: “modesta abitazione contadina, priva di servizi igienici all’interno. Altri elementi caratterizzanti sono le stalle, i magazzini, U Sardune e i giardini panteschi”.

Analogamente alle altre tipologie rurali, dunque, anche i dammusi hanno un’origine “modesta” . Ma proprio perché simbolo della storia dell’isola, vivono un percorso di valorizzazione che porta gli interventi a rispettarne le caratteristiche principali, per trasformarne la funzione ed inaugurare una loro nuova vita nel settore turistico. I dammusi ristrutturati oggi sono soprattutto indirizzi per vacanze.

Il dammuso: la normativa

Il recupero del patrimonio edilizio esistente può essere eseguito per tutti quei fabbricati per i quali esiste una testimonianza storico-catastale che ne dimostri la sua esistenza e per tutti quei fabbricati per i quali risulta dimostrata la regolarità sotto l’aspetto urbanistico.

Dalle Norme Tecniche di Attuazione del Piano Regolatore Generale del Comune di Pantelleria e Provincia di Trapani, ecco alcuni punti sulla ristrutturazione di un dammuso:

  • Tali strutture possono mantenere destinazione residenziale anche se non raggiungono i requisiti di superficie ed aero-illuminati.
  • Nei dammusi coperti vanno conservate le strutture a volta. Sono ammesse demolizioni e ricostruzioni delle volte solo in presenza di una perizia di un tecnico strutturista che dichiari l’impossibilità del recupero con semplici opere di consolidamento, corredando la richiesta con i calcoli di verifica statica.
  • Per i dammusi senza necessità di demolizione e ricostruzione, le finestre potranno avere una superficie non inferiore a 1/16 della superficie calpestabile e di forma quadrata;
  • È vietato suddividere con tramezzatura i vani esistenti coperti a volta, salvo che per le volte a botte;
  • Se per motivi statici risulta necessario demolire e ricostruire la copertura, la stessa dovrà essere ricostruita dotando di volta ogni vano.
Arredi passepartout: consigli utili su come allestire spazi esterni della tua casa

Arredi passepartout: consigli utili su come allestire spazi esterni della tua casa

Pensati per resistere alle intemperie ed al sole, i mobili ed i complementi per vivere all’aperto oggi sono così belli che possono essere usati anche negli spazi interni.

Arredi passepartout: dal legno alle fibre naturali, dalla plastica al metallo ed a tessuti hi tech

Le sfumature delle varie essenze rendono ogni mobile un pezzo unico e speciale: persino i segni del tempo possono trasformarsi in un tratto distintivo.

Se si decide di puntare sul legno, non si deve temere di abbinare mobili di specie diverse. Basterà tenere come filo conduttore lo stile oppure il tipo di lavorazione. Le imbottiture fanno la differenza: se il rivestimento è in un’intensa tonalità verde, si sintonizzerà perfettamente con il contesto di piante e fiori. Se si preferiscono toni naturali o i grigi, via libera ai cuscini dal sapore etnico per aggiungere carattere alla zona conversazione. Una lampada da esterni completerà l’insieme.

Pro e contro degli arredi in legno

Legni duri o mediamente duri come teak, iroko, robinia, acacia, eucalipto, sono da preferire perché assorbono naturalmente meno acqua. Meglio però se trattati con prodotti saturatori o con un olio (agiscono riempiendo pori e fibre). Qualunque sia l’essenza, dovrebbe essere certificata FSC (proviene da una filiera di approvvigionamento responsabile).

L’aspetto peculiare di ogni singolo pezzo e la versatilità delle lavorazioni e delle finiture sono imbattibili.

Gli arredi in legno richiedono una manutenzione costante: una volta all’anno vanno passati con olio ed in inverno ritirati in un luogo riparato. Proteggerli con teli in tnt non sempre si rivela efficace, specialmente per periodi lunghi, perché potrebbero formarsi muffe e condense.

Il tavolo in legno è quasi un classico per qualsiasi contesto: per niente scontato, anzi di grande effetto, l’abbinamento con le sedie da regista in una zona pranzo indoor.

Arredi da esterno in fibre

Da sempre usate nell’arredo outdoor, le fibre hanno avuto un boom negli anni Cinquanta. Oggi vivono un momento di revival, merito del loro spirito vacanziero, che riescono a trasferire anche in città.

Un po’ etnici, un po’ coloniali, sono mobili che connotano molto l’ambiente. Per ottenere un effetto passepartout è meglio abbinarli a tessuti chiari, preferendo alle fantasie le tinte unite. Oppure usarli come pezzi unici. Per illuminare, sì a lampade in metallo e vetro.

Bambù, giunco (da cui si ricavano rattan e midollino), kubu (il rattan grigio come viene chiamato in Indonesia) e vimini sono tra le fibre più diffuse per gli arredi da esterno. Si usano al naturale o colorati, ma trattati con prodotti antimuffa ed ignifughi.

Intrecci di fibre: pro e contro

Spesso gli arredi sono manufatti artigianali di tante zone del mondo, dall’Africa all’Indonesia. Quindi pezzi unici, con una storia.

Anche se originariamente concepiti per stare all’aperto, queste fibre naturali temono i raggi diretti del sole e la pioggia. Sono piuttosto delicate.

La sedia con schienale e seduta in rattan è la compagna perfetta per un tavolo in legno, da cui riprende le sfumature.

Arredi passepartout in super plastica a colori

Resine, polimeri resistentissimi, mix caricati con fibre per aumentarne le performance: materiali nuovi che abbinano egregiamente resta estetica e caratteristiche tecniche.

Se si predilige questo materiale per la scelta dei mobili occorre prestare attenzione a colori, finiture e proporzioni. Le finiture superficiali possono essere sia opache sia lucide.

Il loro peso, invece, non è mai un problema, perché indipendentemente dalle dimensioni rimangono maneggevoli. Oltre che nelle tinte accese, hanno un’ottima resa anche declinati in nuances più delicate.

Pro e contro dei materiali sintetici

Perlopiù a base di polipropilene e polietilene (talvolta caricati in fibra di vetro per irrobustirli), talvolta di policarbonato (meno resistente ai graffi), questi arredi assumono una molteplicità di aspetti, anche ad imitazione di quelli naturali, dal legno alle fibre. Inoltre sono solidi, di lunga durata, resistenti e richiedono una minima manutenzione.

Nel tempo i loro colori (soprattutto quelli più scuri) possono perdere in brillantezza ed intensità.

La sedia in plastica con infissi d’epoca e parquet con posa a spina di pesce, è perfetta per completare l’area pranzo in un ambiente classico. Dimostrazione di come la plastica possa essere una scelta dettata non solo da esigenze pratiche.

Arredi passepartout in metallo

Malleabile e flessibile, il metallo mantiene solidità e robustezza anche quando è modellato per ottenere arredi dalle silhouette sottili e poco ingombranti.

Lavorato a listelli sottili o con strutture tubolari, con finiture verniciate o al naturale, in tutte le sfumature di grigio, sono una scelta sicura, che consente poi di arricchirli con i complementi tessili.

In alternativa, colori brillanti che portano allegria e freschezza anche al mini balcone della casa in città. Lo stile? Un mix di tradizione e modernità.

Alluminio ed acciaio inox, seguiti dal ferro, sono i metalli più diffusi per gli arredi outdoor perché uniscono facilità di lavorazione e performance. A parte l’acciaio inox, di per sé robusto, devono essere accuratamente verniciati (a polveri, in particolare quelle poliuretanica e poliestere) oppure sottoposti a zincatura, fosfatazione, cataforesi (procedimenti chimici) in modo da creare un film superficiale che li protegge dagli agenti atmosferici.

Pro e contro degli arredamenti in metallo

Molto resistenti, possono essere lavorati anche in spessori e pesi ridotti, per mobili compatti adatti a piccoli spazi.

Se non adeguatamente trattati, si deteriorano facilmente.

Arredi passepartout con tessuti hi-tech

Visivamente leggeri, gli arredi in metallo rivestito consentono di realizzare anche abbinamenti inconsueti, mixando più colori vivaci. L’importante è introdurre anche un complemento che raccordi tutti gli elementi, come un tappeto (sarebbe la scelta ottimale) o qualche cuscino (sempre più di uno) in fantasia, etnica o floreale oppure a tinta unita.

I tessuti sono perlopiù costituiti da fibre acriliche tinte in massa, come dralon con trattamento teflon antimacchia e batyline, fibra di poliestere protetta da un rivestimento in pvc.

Leggeri, idrorepellenti ed anti Uv, sono anche indeformabili ed antimuffa. Le imbottiture sono di norma realizzate in poliuretano espanso, come quelle per l’indoor.

Pro e contro degli arredi in metallo rivestito

Resistono agli agenti atmosferici mantenendo i colori inalterati anche se esposti al sole e non si rovinano neanche per l’azione di muffe e microrganismi, normali conseguenze del contatto con l’acqua. Semplice anche la manutenzione: basta pulire con un sapone neutro.

L’unico svantaggio è rappresentato dal prezzo, che in certi casi può essere elevato.

Il tavolo rotondo con le poltroncine abbinate potrebbe rendere meno scontata una semplice cucina total white. Di dimensioni contenute, è adatto a piccoli spazi e le sedute personalizzano un arredo minimal.

Il Bonus verde: la spesa si detrae

Una buona notizia per chi vuole allestire il proprio spazio all’aperto, che si tratti di giardino, terrazzo o balcone: anche per il 2019 è prevista la possibilità di usufruire del cosiddetto “Bonus verde”.

Si tratta della detrazione Irpef del 36% da ripartire in dieci quote annuali di pari importo. Si calcola su un importo massimo di 5.000€ per unità immobiliare, comprensivo delle eventuali spese di progettazione e manutenzione.

Le opere interessate sono:

  • Aree scoperte (giardini, terrazzi e balconi) private di edifici, pertinenze o recinzioni, impianti di irrigazione e realizzazione pozzi;
  • Realizzazione di coperture a verde e di giardini pensili

Il pagamento delle spese deve avvenire attraverso strumenti che consentono la tracciabilità delle operazioni (come bonifico bancario o postale).

Ne beneficia chi possiede o detiene l’immobile oggetto degli interventi. La detrazione massima è di 1.800€ per immobile.

Il bonus verde spetta anche per le spese sostenute per interventi eseguiti sulle parti comuni esterne degli edifici condominiali, fino ad un importo massimo complessivo di 5.000€ per unità immobiliare ad uso abitativo. In questo caso, ha diritto alla detrazione il singolo condominio nel limite della quota a lui imputabile, a condizione che la stessa sia stata effettivamente versata al condominio entro i termini di presentazione della dichiarazione dei redditi.

Come preparare la casa all'estate

Piccole e grandi soluzioni per preparare la casa all’estate: tende da sole, zanzariere, climatizzatori

Il grande caldo è in arrivo: se non ci abbiamo pensato, siamo ancora in tempo per adottare le giuste soluzioni per goderci il meglio della bella stagione.

Tende da sole: elementi di grande funzionalità

Le tende sono spesso realizzate su misura, per adattarsi alle dimensioni della zona da schermare e possono avere un’estensione massima diversa da un prodotto all’altro.

Gli elementi fondamentali delle tende da sole sono i seguenti:

  • il telo, che ha la funzione di filtrare i raggi Uv ed allo stesso tempo di lasciar passare la luce; dev’essere resistente all’acqua, mantenere il colore nel tempo, essere intaccabile da funghi e muffe e non macchiarsi.
  • la struttura portante, cioè il telaio di sostegno, su cui viene applicato il telo. Si tratta di una struttura tubolare metallica con “bracci”, agganciati a parete ed a soffitto, trattati per resistere alle aggressioni degli agenti esterni alla corrosione. Può essere anche in legno, purchè adeguatamente trattato.
  • il cassonetto: serve come protezione della tenda quando questa è arrotolata evitando di esporla alle intemperie come pioggia, neve o grandine.
  • la copertura in lamiera, alternativa al cassonetto, per proteggere la tenda chiusa. Si applica ai balconi, terrazzi, lastrici solari, giardini, facciate con finestre o vetrate.

Le tipologie di tende da sole più diffuse

Spazi esterni e serramenti diversi esigono differenti tipi di schermature solari, che si distinguono soprattutto in base ai sistemi di chiusura e di apertura ed alle strutture che li sostengono.

  • A bracci estensibili: ideali per balconi e terrazzi, si compongono di una barra superiore, alla quale è fissato il tubolare con la tenda arrotolata e due bracci che, allungandosi verso l’esterno, aprono il telo a sbalzo. Offrono una protezione superiore. Da fissare a muro oppure a soffitto, possono essere completate da un cassonetto ed essere azionate a motore (oltre che manualmente).
  • A caduta: indicate per finestre e balconi, hanno una struttura lineare, che scende in verticale e due bracci laterali leggermente sporgenti. Alcuni modelli sono suddivisi in due strati: uno superiore, che cade in verticale ed uno inferiore, che può sporgere oltre il balcone per far entrare più luce ed aria.
  • A cappottina: si tratta di una versione in stile tradizionale del modello a caduta. E’ adatto per i balconi, ma anche per schermare finestre o vetrate. Le tende di questa tipologia hanno una forma bombata ed il telo cucito sopra un telaio curvato ad arco, che si apre a soffietto. Schermato dai raggi solari nella parte superiore e parzialmente anche ai lati.
  • A filo: ulteriore versione della tenda a caduta, scorre dall’alto verso il basso, a filo del serramento e della facciata, quindi senza sporgere.
  • Per lucernari: generalmente “a filo”, sono specifiche per tetti inclinati. Offrono protezione dal sole e dal caldo intenso, indispensabili per assicurare il comfort in una mansarda. Sono spesso motorizzate, elettriche o solari.
  • Ad attico o “a capanno”: adatte per grandi terrazzi o giardini, sono dotate di guide laterali: in questo modo il telo scherma sia la parte superiore sia quella frontale dell’area interessata. La struttura viene agganciata ad una parete perimetrale e poggia a terra oppure sul parapetto del balcone.
  • Pergole addossate: sono perfette per terrazzi e giardini, dove è possibile installare una struttura fissa ancorata a parete ed a terra. Il telo o le lamelle possono essere fatte passare tra le travi oppure aprirsi e chiudersi a pacchetto, scorrendo all’interno di guide predisposte.

Riguardo i tessuti, sono da preferire le tende in tessuto acrilico, in poliestere, in pvc o in mix di materiali innovativi brevettati dalle aziende.

Indipendentemente dalla tipologia, le schermature solari sono dotate di sistemi per aprire e chiudere la tenda all’occorrenza. Sistemi che possono essere manuali, motorizzati e perfino comandati a distanza. Quelli manuali sono più economici e molto semplici da usare, ma non sono indicati per esempio per le tende che coprono grandi superfici, come quelle ad attico e le pergole. In questi casi, è meglio acquistare un modello dotato di motore o motorizzabile.

I sistemi più evoluti possono essere implementati da ulteriori funzioni, che ne ottimizzano le performance ed integrati nei sistemi domotici. In particolare, due dispositivi possono essere molto utili.

  • Sensori di luce solare. In base all’intensità dei raggi, comunicano al motore quando aprire e chiudere le tende. Un dispositivo di questo tipo permette di beneficiare del calore naturalmente irradiato dal sole durante l’inverno, ma anche di isolare l’ambiente domestico nelle ore più calde delle lunghe giornate estive.
  • Sensori di vento. Un temporale improvviso o un forte vento rischiano di danneggiare le tende per esterni, in particolare il telo. Problema che può essere evitato grazie a questi sensori, che rilevano le vibrazioni provocate dal vento, ne misurano l’impatto e riavvolgono la tenda quando è necessario.

Detrazioni: “bonus tende” ed autorizzazioni

Chi acquista schermature solari da esterno o da interno può usufruire di una detrazione del 50% delle spese sostenute, in base al cosiddetto Ecobonus 2019 (una proroga del bonus per la riqualificazione energetica contenuta nella legge di Stabilità 2019).

Con il termine “schermatura solare” si intende un sistema di protezione dalla luce del sole e dal calore che consente una reazione variabile e controllata dell’energia e della luce alle sollecitazioni solari. I prodotti agevolati sono:

  • le tende da sole e da interni, a rullo, per serre, ecc
  • pergole con tende in tessuto o con lamelle orientabili
  • zanzariere e tende antisetto, qualora dotate di schermatura solare
  • persiane, tapparelle, veneziane, frangisole

Per usufruire del bonus, la schermatura solare deve essere applicata a protezione di una superficie vetrata. Deve inoltre essere mobile, cioè poter essere aperta e chiusa.

Le spese devono essere certificate con la documentazione specifica che ne attesti il fattore solare e la capacità di schermatura (secondo la norma EN 14501:2006), espressa in Gtot da 0 a 4.

L’installazione di una tenda parasole è considerato un intervento libero, per il quale non sono necessarie autorizzazioni amministrative particolari. E’ quindi necessaria solo la Comunicazione asseverata  da un tecnico abilitato (CILA) anziché la segnalazione certificata inizio attività. (SCIA).

Sempre che l’immobile a cui si applica non si trovi in un edificio di valore storico-artistico, caso in cui è necessaria l’Autorizzazione alla Soprintendenza. Dal 6 Aprile 2017 chi installa una tenda parasole in aree soggette a tutela paesaggistica (regolate dall’articolo 146 del Codice dei Beni Culturali) non dovrà più chiedere l’autorizzazione paesaggistica perché questa fattispecie è considerata un intervento libero.

Zanzariere: indispensabili per impedire l’accesso degli insetti

Prevedono una retina a maglie strettissime, metallica, in fibra di vetro o in tessuto plastificato, impercettibile alla vista, montata su un telaio ed applicata all’esterno della finestra.

Le zanzariere differiscono per tipologia, sistema di scorrimento e di azionamento.

  • Per le finestre, i modelli a scorrimento verticale ed a pannello fisso o scorrevole sono di facile utilizzo, grazie a sistemi di apertura pratici ed ergonomici, che si integrano perfettamente con l’infisso, anche in ambienti dagli ingombri ridotti.
  • Per le portefinestre, la soluzione ideale è rappresentata dai sistemi a scorrimento laterale; in alternativa, se non è possibile installare un cassonetto di avvolgimento della rete, si può puntare su prodotti con rete plissettata o a pannello scorrevole, ad anta battente e fissa su sistemi ampiamente personalizzabili.

Prima dell’acquisto, è importante rilevare in modo preciso le dimensioni del vano: ai lati ed al centro, sia in larghezza sia in altezza, verificando eventuali “fuori squadro” del vano a cui apporre la zanzariera. Quindi si procederà annotando il tipo di misure, specificando se sono “finite” o “luce”.

Tipologie di zanzariere

a rullo, avvolgibili a molla. Sono le più comuni e facili da trovare. Apertura e chiusura avvengono grazie a guide laterali che agevolano lo scorrimento della rete. Comode da utilizzare e facili da pulire, sono applicabili solo a finestre e balconi di misura standard.

ad incasso. Molto utili nel caso si abbia l’esigenza di integrare la zanzariera ad un infisso, cioè inserendola in una contro anta, che nasconde così alla vista il profilo di alluminio. Questo  modello è particolarmente adatto ad edifici moderni, in cui vuole mantenere “pulita” l’estetica della facciata.

plissettate ed a molla. Ideali per piccole finestre oppure per porte di passaggio in casa. Questi modelli sono dotati di una struttura che consente di regolare l’apertura del pannello a seconda delle esigenze. Hanno un telaio realizzato in pvc resistente, ma molto sottile, con uno spessore massimo di 5 mm. Una caratteristica che le rende perfette per risparmiare spazio in casa e per agevolare i passaggi, senza il rischio di inciampare.

fisse. Sono la soluzione più semplice se si ha in casa una finestra o una porta con dimensioni particolari che non si ha la necessità di aprire o chiudere molto spesso. C’è anche nella versione estensibile.

a battente. Risolvono le situazioni di portefinestre che costituiscono punti di intenso passaggio o che si affacciano su terrazzi e balconi. Esistono nelle varianti ad una e a due ante. La struttura solitamente è in alluminio, mentre la rete può essere in fibra di vetro.

magnetiche. Sono le più pratiche ed economiche. Il loro funzionamento è molto semplice: si tratta di pannelli di poliestere, applicabili a porte e finestre tramite fasce adesive. Sono disponibili in misure standard.

su misura. Rispondono alla necessità di chi ha balconi e finestre di misure non standard. Possono essere verticali, quelle solitamente utilizzate per proteggere le finestre, o laterali, di protezione a portefinestre o balconi.

Azionamento delle zanzariere

  • Avvolgimento tradizionale: una volta aperta e rilasciata, il riavvolgimento della rete prosegue fino alla completa apertura, a meno che non sia l’utente a fermarlo.
  • Arresto manuale: la zanzariera si apre e la rete si riavvolge solo se l’utente agisce manualmente, decidendo l’ampiezza di apertura secondo le esigenze di attraversamento. (nel caso di una portafinestra).
  • Chiusura automatica: si richiude da sola, in totale autonomia, una volta sganciata con una leggera pressione. L’utente attraversa la zanzariera senza correre il rischio che resti aperta.

Climatizzatori: apparecchi elettrici, multitasking e sempre più smart

Rispetto al passato, i climatizzatori hanno abbassato i consumi elettrici: basti pensare che i modelli di ultima generazione sono mediamente in classe energetica A++, sia in modalità raffrescamento sia in riscaldamento (dal 1 Gennaio 2019 l’Energy Label prevede una scala che va dalla A+++ dalla D).

Tutti hanno la funzione di riscaldamento con la pompa di calore. Nel rispetto dell’ambiente, utilizzano gas refrigeranti ecologici, come il R32 che ha un Global Warming Potential (GWP) inferiore rispetto a quelli fino ad ora utilizzati.

Regolando umidità e qualità dell’aria, i climatizzatori creano le condizioni ottimali per il benessere indoor.

I modelli attuali sono dotati infatti della funzione di deumidificazione e di efficaci sistemi di filtraggio e purificazione dell’aria: trattengono virus, batteri, muffe, polveri sottili e fumo. Spesso si tratta di sistemi a base di ioni d’argento che impediscono la proliferazioni di microorganismi nocivi, così come i filtri agli enzimi ed al nano platino. Si tratta di strati protettivi che impediscono il depositarsi di polvere ed impurità anche per lungo tempo, riducendo i consumi e limitando la necessità di manutenzione dell’unità.

Al microclima ideale contribuiscono anche altri fattori: un tasso di umidità ambientale tra il 40 ed il 60% ed una temperatura interna di circa 5° C inferiore a quella esterna sono condizioni ottimali per il corpo umano.

Tecnologie evolute e modelli di climatizzatori

I modelli attuali sono dotati di pompa di calore che inverte il ciclo del freddo consentendo di riscaldare gli ambienti nelle stagioni intermedie.

Tutti i nuovi climatizzatori funzionano inoltre con la tecnologia Inverter: l’azione del compressore viene modulata in modo da utilizzare solo la potenza necessaria al raggiungimento della temperatura impostata, senza picchi di consumi come avveniva nei vecchi modelli On/Off.

Climatizzatori fissi: gli split

Un impianto di climatizzazione fisso è la soluzione ideale per climatizzare gli ambienti. E’ formato da un’unità esterna collegata  ad una o più unità interne. In base al numero di queste, i sistemi si definiscono monosplit, dualsplit o multisplit, proprio perché costituiti da due o più elementi separati.

Esistono anche modelli senza unità esterna.

L’unità interna in estate ha il compito di distribuire l’aria fresca, sottraendo il calore all’ambiente. E’ generalmente sistemata a parete, nella parte superiore, un genere di collocazione adatto in quasi tutte le situazioni. In base al tipo di installazione, esistono altri tipi di apparecchi.

I modelli a soffitto sono ideali per rinfrescare, poiché l’aria fredda scende. In alcuni casi possono essere anche incassati nel controsoffitto, lasciando a vista solo la griglia di erogazione dell’aria.

Le consolle a pavimento s’installano come i radiatori; emanano l’aria dal basso verso l’alto. In ogni caso, bisogna prestare attenzione ad alcuni fattori.

Gli apparecchi con pompa di calore non dovrebbero essere installati oltre i 2.5 metri di altezza, poiché l’aria calda tende naturalmente a salire verso l’alto.

E’ comunque bene evitare di installare le unità interne vicino a fonti di calore e vapore ed in esposizione diretta alla luce solare.

L’unità esterna serve a produrre il freddo ed a disperdere il calore all’esterno. Collegata ad una o più unità interne, è solitamente installata sul pavimento di un balcone o fissata alla facciata dell’edificio, in ogni caso ad una distanza non superiore a 20-25 metri dall’unità interna. 

E’ più voluminosa e rumorosa dell’unità interna, poiché contiene il motore. Per resistere agli agenti atmosferici la carrozzeria è trattata con sostanze protettive antiruggine.

Per evitare il forte impatto visivo, alcune aziende producono unità esterne pennellabili nello stesso colore della facciata.

Climatizzatori portatili: non necessitano di installazione

I climatizzatori portatili sono facili da spostare su rotelle da un stanza all’altra e quindi non hanno bisogno di essere installati. Possono però avere potenze così elevate da riuscire a climatizzare ambienti con superficie anche fino a 30/40 mq.

Alcuni sono dotati di pompa di calore per la funzione di riscaldamento, e come gli apparecchi fissi, deumidificano e purificano l’aria dell’ambiente. Funzionano tutti con gas refrigeranti ecologici ed hanno un’efficienza energetica superiore alla A.

Rispetto al passato hanno ridotto di molto la rumorosità, sempre più elevata comunque rispetto ad un climatizzatore split, poiché i modelli portatili contengono in un unico elemento anche il motore. Funzionano come qualsiasi elettrodomestico, attaccando la spina alla presa elettrica: all’esterno sono collegati attraverso un tubo flessibile che espelle l’aria calda.

Installazione e manutenzione dei climatizzatori: a chi rivolgersi

Per la realizzazione di un impianto completo di unità esterne ed interne, occorre affidarsi solo a professionisti, che forniscano la certificazione del lavoro svolto a regola d’arte. Deve trattarsi, quindi, di tecnici abilitati, come quelli che caratterizzano la nostra impresa edile, in possesso del “patentino frigoristi”.

Va tenuto conto che, per questi interventi, sono solitamente necessarie anche opere murarie, con un’incidenza dei costi totali anche fino al 50%.

All’installatore spetta anche la manutenzione periodica. Deve controllare, per esempio, che le tubazioni siano integre e che non vi siano perdite di gas refrigerante. All’utente spetta la manutenzione ordinaria, in particolare la pulizia dei filtri.