Rossana Nardacci, Autore presso Ristruttura Interni
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Come sfruttare “l’altezza notevole dei soffitti”?

Come sfruttare “l’altezza notevole dei soffitti”?

L’altezza rilevante dei soffitti è una risorsa da sfruttare, con soluzioni che variano in base allo spazio.

Se nelle abitazioni di nuova costruzione l’altezza interna è in media di circa 270/300 cm, nella maggior parte di quelle che appartengono al patrimonio immobiliare esistente è decisamente superiore. Si tratta di quasi tutti gli appartamenti degli edifici civili costruiti in Italia fino all’inizio degli anni Settanta, di quelli antichi e storici e delle case singole, sia in città sia nelle zone suburbane. Spostandosi poi dai centri storici alle prime periferie, si trovano anche esempi di archeologia industriale in cui i volumi interni raggiungono altezze con valori decisamente elevati, ben oltre i 400 cm. A proposito di edilizia esistente, vanno poi considerati anche tutti gli esempi di recupero dei sottotetti ai fini abitativi, incentivato con leggi ad hoc in quasi tutte le Regioni Italiane: qui le altezze sono almeno doppie.

Dunque, l’”altezza notevole dei soffitti” rappresenta un tema diffuso più di quanto si pensi, una grande risorsa da sfruttare. Ma come fare?

In tutti i casi in cui i soffitti superano ampiamente il valore minimo stabilito dal Regolamento edilizio del Comune (o della Regione) in cui è situato l’immobile, si può, con progetti mirati, sfruttare al meglio le altezze generose degli interni.

Certamente le soluzioni sono molteplici e si differenziano per lo spazio a disposizione, per le finalità di utilizzo e per la tipologia di intervento a cui fa capo la creatività del progettista. Si passa dall’aumento della superficie della casa, sfruttando l’altezza per aggiungere un livello con un soppalco, alla creazione di controsoffitti dagli usi svariati fino al solo rialzo della quota di pavimento con una pedana.

Di qualsiasi natura e tipologia sia l’intervento per sfruttare l’altezza, è necessario verificarne prima la fattibilità, dal punto di vista normativo e tecnico.

Altezza notevole dei soffitti: tutte le soluzioni che variano in base allo spazio

Generalmente l’estensione del soppalco dipende dall’altezza del soffitto: tanto più questa cresce, quanto più il soppalco può essere ampio. Deve avere il lato maggiore aperto sugli spazi sottostanti ed essere dotato di un parapetto alto almeno 110 cm. Per la verifica dell’aeroilluminazione si deve tener conto della superficie totale (locale soppalcato+soppalco).

Le scale, modulari e componibili, sono realizzazioni custom made che possono soddisfare qualsiasi esigenza, sia di spazio sia di impatto visivo. E si possono integrare in ogni progetto di soppalco realizzato con qualsiasi materiale.

Tipologie di soppalco a confronto

  • In metallo: la struttura viene di solito ancorata alle pareti, ma a seconda di come si sviluppa e della muratura esistente, può richiedere i montanti di sostegno. Il piano di calpestio si realizza con un assito di legno o in lamiera, da rivestire con qualsiasi tipo di pavimento, persino lastre di vetro. Si può rifinire in armonia con lo stile ed i colori della casa o lasciare a vista. Garantisce stabilità ed effetto scenico.
  • In legno: autoportante o da ancorare alle pareti, il telaio ligneo è più veloce da realizzare rispetto alla altre tecniche, perché composto da elementi prefabbricati. Di grande fascino, è durevole.
  • In muratura: si può fare ricorso a tecniche costruttive diverse (per esempio travi in cemento armato + tavelle in laterizio + tamponamento in cemento o cartongesso), con i tempi richiesti dall’edilizia tradizionale. E’ stabile ed è privo dell’effetto vibrazione che talvolta si avverte nelle altre due tipologie.

Normativa ed autorizzazioni comunali

E’ convenzione ipotizzare in 450 cm l’altezza minima per inserire un soppalco praticabile. (abitabile). Ma tale valore va considerato “un’indicazione di massima”, poiché c’è una serie di norme da rispettare.

La costruzione di un soppalco per aggiungere superficie abitabile è un’opera disciplinata dalla normativa edilizia del Comune dove è situato l’immobile.

I singoli Comuni, infatti, possono redigere un proprio Regolamento edilizio sulla base di quello “tipo” predisposto dalla Regione di riferimento il quale, a sua volta, fa capo ad una disposizione nazionale unica che è il DM del 5 Luglio 1975. Oppure possono scegliere di adottare quello Regionale. Questo significa che esistono differenze a livello nazionale, da Comune a Comune, oltre che da Regione a Regione, in particolare in merito alle altezze minime necessarie sopra e sotto il soppalco, affinchè gli spazi siano abitabili.

Laddove non esistano indicazioni, resta valido il DM del 1975 che fissa a 270 cm l’altezza per gli spazi abitabili ed a 240 cm quella per i vani di servizio (come bagno e corridoio).

Un esempio. Il Regolamento edilizio di Milano prescrive che 210 cm sia l’altezza minima degli spazi sottostanti ai soppalchi ed anche quella tra il pavimento finito dei soppalchi ed il soffitto finito dei locali. Con tali caratteristiche, la superficie dei soppalchi, esclusa la scala di accesso, non deve essere superiore ad un terzo di quella del locale soppalcato.

E’ previsto infatti, un aumento della superficie dal soppalco qualora si abbinano altezze maggiori.

La sesta sezione del Consiglio di Stato, nella sentenza n. 4166/2018 pubblicata il 9 Luglio, ha confermato che la realizzazione di un soppalco rientra nel novero degli interventi di ristrutturazione edilizia, dal momento che determina un aumento della superficie utile dell’unità, con conseguente aggravio del carico urbanistico. Pertanto, è necessario presentare in Comune la relativa pratica edilizia (in genere la Scia).

In assenza di tale iter burocratico, si commette il reato di abuso edilizio che, oltre ad un procedimento penale, comporta anche l’obbligo di demolizione dell’opera realizzata in maniera illecita.

Pedana: soluzione salva spazio che permette di recuperare cm preziosi con un minimo rialzo di quota

Qualsiasi forma e dimensione abbia, la pedana non è equiparabile ad un soppalco. E’ di tutt’altra natura e va considerata piuttosto alla stregua di un elemento d’arredo. In ogni caso, si devono osservare le norme edilizie locali.

La normativa

Se non si modificano la dimensione dei locali, i rapporti di aeroilluminazione né la destinazione d’uso, non è necessario chiedere un’autorizzazione edilizia in Comune.

Non è permesso costruire pedane che riducano l’altezza del locale, anche se solo in una delle sue parti, al di sotto dei 210 cm (se l’altezza dell’ambiente è di 270 cm, la pedana non può superare quindi i 60 cm), a meno che non siano assimilabili ad elementi d’arredo (come la base del letto). Quando affiancata a parapetti o finestre, questi devono essere alzati a 110 cm.

Considerando che le pedane possono essere costruite seguendo diversi metodi, da una struttura in legno a griglie in metallo e su strutture esistenti anch’esse costruite seguendo diverse tipologie edilizie, è sempre bene richiedere la consulenza preliminare di un tecnico esperto che ne valuti il peso.

Il ripostiglio in quota

Quando il soffitto raggiunge altezze superiori al minimo richiesto, si possono creare dei ribassamenti che regalano molti vantaggi. Un esempio? Se il vano che si ricava è di almeno 50 cm, può essere sfruttato come deposito.

La normativa

Alcuni regolamenti edilizi consentono a bagni, corridoi e spazi di servizio di avere altezze inferiori rispetto alle altre stanze. Si può sfruttare questa possibilità ribassando il plafone e ricavare un vano per contenere. In molti casi, un controsoffitto di 15-20 cm è necessario per alloggiare impianti.

In genere è possibile realizzare liberamente un controsoffitto ispezionabile, che non viene aggiunto alla superficie della casa, purchè:

  • l’accesso non avvenga con scala fissa
  • abbia altezza interna inferiore a 180 cm (in edilizia esistente) o a 80 cm (nuove costruzioni)
  • sia completamente chiuso
  • visto che non si tratta di un soppalco abitabile, non è necessario richiedere l’autorizzazione edilizia comunale (quindi si cataloga come intervento edilizio minore), a meno che, per la sua realizzazione, non si intervenga sulla struttura portante.

Sconti fiscali

E’ valida fino al 31/12/2019 la detrazione Irpef pari al 50% (fino ad un massimo di 96mila euro per abitazione) dei costi sostenuti per i lavori di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia (Bonus 50%).

Dei casi analizzati in questo servizio, il soppalco abitabile è sicuramente agevolato fiscalmente.

Le altre due soluzioni (pedana e ripostiglio) lo possono essere solo se fanno parte di un più ampio intervento classificato in una delle tre categorie sopra citate.

Cappotto termico: tutte le soluzioni high quality

Cappotto termico: tutte le soluzioni high quality

Il cappotto termico è una soluzione tecnica di efficienza energetica applicata alle pareti esterne dell’edificio per frenare, in tutte le stagioni, il flusso termico (dall’ambiente a temperatura più alta a quello a temperatura più bassa). C

L’installazione a regola d’arte del sistema cappotto consente di risolvere gran parte dei ponti termici, che sono punti critici dove si registra la dispersione termica.

Il mercato offre diverse soluzioni, spaziando tra sistemi basati sull’uso di materiali di sintesi, come l’EPS o naturali (cellulosa, canapa, sughero).

L’efficacia del cappotto non è da attribuire al solo isolante scelto; essendo una tecnologia composta da diversi elementi e procedure applicative, funziona come un sistema che va progettato e realizzato con le specifiche regole, che per ogni materiale possono essere diverse, per non rischiare problematiche quali, per esempio, le infiltrazioni d’acqua.

Per quanto riguarda le performance dell’isolamento termico, tutti i materiali che minimizzino il passaggio di energia termica tra due corpi a differenti temperature, che hanno cioè una conducibilità termica molto bassa, di provenienza naturale o sintetica, sono assolutamente confrontabili.

Quali sono i materiali più diffusi per il cappotto?

Il cappotto termico si presta ad essere “interpretato” con molti materiali isolanti diversi: in linea di principio ogni tipo di isolante può essere adatto, purchè risponda al requisito di idoneo all’uso nei sistemi ETICS.

Il materiale più diffuso, per motivi economici e per facilità di posa, è senza dubbio il polistirene espanso sintetizzato (EPS), ma stanno aumentando sensibilmente le richieste di pannelli in fibra di legno, sughero ed altro. Mentre le fibre minerali continuano a crescere costantemente.

La scelta dei materiali: le novità del mercato per soluzioni high quality

Che si tratti di palazzo o casa indipendente, solo un tecnico esperto e certificato saprà consigliare sistema e materiali adatti a raggiungere l’efficienza prefissata dal proprio progetto per quell’edificio.

A partire dagli obiettivi (contenimento energetico e benessere termico indoor), per poter stabilire il miglior “sistema cappotto”, caso per caso, entrano in gioco orientamento dell’edificio, materiale delle pareti, quantità e posizione dei ponti termici, ovvero i punti di discontinuità del materiale, attraverso i quali si verificano le dispersioni termiche e che, in generale, costituiscono una criticità per la salubrità degli ambienti interni. Ed, infine, la finitura. Oggi sempre più produttori sono in grado di offrire sistemi completi, ma può anche capitare che si utilizzino più fornitori, purchè i vari elementi siano tra loro compatibili.

Le regole per l’isolante

Sottoposto ad un carico, il materiale coibentante si riduce di spessore; ne consegue una diminuzione del potere isolante.

Per le applicazioni edili che sono soggette a regole sulla reazione al fuoco, è importante verificare l’Euroclasse di reazione al fuoco del prodotto isolante. I pannelli devono essere posati in modo continuo senza spazi vuoti. Per i materiali soggetti a variazioni dimensionali esistono specifici sistemi di posa. Per applicare in continuità isolanti diversi occorre seguire le indicazioni dei produttori.

I ponti termici, come il mancato isolamento di travi e pilastri, comportano il rischio di danni ed ammaloramenti da condensa.

Dagli elementi base del cappotto ai pacchetti termici completi e brevettati

Al momento dell’acquisto, oltre alle performance del cappotto, entra in gioco anche la necessità di non eccedere con l’aumento di spessore in facciata.

  • Ad alte performance. Della gamma di sistemi per cappotto Fassatherm di Fassa Bortolo, Silver Classic è specifico per ridurre le tensioni indotte dai cicli termici.

La prerogativa si deve all’innovativo design della lastra isolante, combinato con le prestazioni di un rasante fibrorinforzato ed una rete d’armatura ad alte performance.

L’addizione della polvere di grafite nella forgiatura della lastra permette al sistema di raggiungere elevate prestazioni termiche con spessori ridotti.

Appartiene alla gamma anche il versatile collante/rasante in più colori. (grigio, bianco, ed extra bianco).

  • Per le strutture in legno. Il sistema Wood-Smart di Knauf è un sistema testato e garantito per la posa su strutture in legno di isolanti in EPS e lana minerale.

E’ disponibile con EPS bianco, grigio e, nella versione Smart, con lana di roccia.

In questa versione, la lana di roccia utilizzata è incombustibile (Euroclasse di reazione al fuoco A1) ed assicura anche isolamento acustico.

Questo sistema, innovativo per il settore, ha ottenuto il benestare tecnico tedesco in riferimento all’applicazione su supporti lignei (Z-33.47-889).

Il sistema è indicato anche per l’applicazione su strutture X-LAM.

  • Come una muratura. Weber.Therm Robusto Universal di Weber Saint Gobain è un sistema di isolamento termico esterno che coniuga le prestazioni di un sistema a cappotto con la robustezza e la solidità di una muratura tradizionale.

Solido, utilizza intonaci speciali applicati nello spessore di 2 cm, lasciando poi grande libertà estetica per il rivestimento finale.

Garantisce prestazioni di isolamento acustico, traspirabilità, la migliore reazione al fuoco e la possibilità di rinnovo degli elementi nel tempo.

Oltre che nella versione a pittura, il sistema è declinabile anche in altre tipologie di finitura, tra cui la pietra.

  • Super impermeabile. Il sistema Renovatherm di Sikkens, in collaborazione con BASF, punta sulle performance dei prodotti di finitura, che svolgono una funzione estremamente importante: oltre a creare un effetto estetico gradevole, assicurano una protezione agli strati sottostanti, creandone uno impermeabile all’acqua piovana.

In questo modo si preservano i componenti del cappotto e si garantisce al tempo stesso un’elevata permeabilità al vapore acqueo, responsabile del fenomeno della condensa.

La gamma completa comprende pannelli in EPS ad elevate prestazioni.

  • L’intercapedine d’aria. Isotec Parete di Brianza Plastica propone un sistema di facciata ventilata che, in un’unica soluzione tecnica, forma il cappotto termoisolante e fornisce la struttura di supporto per la finitura esterna di rivestimento.

Il pannello isolante, infatti, è dotato di correntino portante forato che crea una camera d’aria ventilata tra pannello isolante e finitura.

La parte ventilata è una versione del “cappotto”, che in più prevede un’intercapedine di aria tra isolante e  rivestimento. Tale lamina d’aria serve ad evitare la condensa tra gli strati.

Il pannello isolante è protetto da una lamina di alluminio impermeabile.

  • In lana di roccia. REDart di Rockwool si basa sull’uso di un pannello in lana di roccia a doppia densità, materiale formato al 97% da materiali minerali (basalto, gabbro) e riciclati.

Assicura comfort abitativo invernale ed estivo, traspirabilità della facciata, protezione dell’edificio dal fuoco e durabilità, con possibilità di applicazione su molte tipologie di supporto.

E’ un sistema completo che comprende anche il collante, i fissaggi meccanici, il rasante, la rete di armatura e numerosi tipi di finitura.

Questo materiale è adatto anche per edifici con volumi irregolari.

  • Lana di vetro: riciclata e riciclabile. Isover Clima34 G3 di Isover Saint Gobain è un pannello in lana minerale, con un indice di conducibilità termica pari a 0.034, valore molto basso.

La struttura a celle aperte della lana di vetro gli conferisce particolari prestazioni di isolamento termico e traspirabilità; mentre l’intreccio delle fibre di cui è composta crea una moltitudine di pori che trattengono l’aria, impedendo al calore di passare attraverso il muro.

  • Un pannello sandwich. Il pannello Classe SK di Stiferite è in schiuma polyiso espansa senza l’impiego di CFC o HCFC, rivestito su entrambe le facce con velo vetro saturato, specifico per le applicazioni dall’esterno. Stabile e compatibile (aderisce a rasanti, intonaci e collanti) viene usato per le applicazioni del cappotto sotto intonaco sottile, oltre che per la correzione di ponti termici.

Per una posa corretta, questi sono gli step da seguire:

  1. Partenza a terra. In corrispondenza della quota “0” del sistema, occorre posare in bolla un profilo di partenza. Qualora questo punto risultasse in corrispondenza del marciapiede, il profilo va fissato ad almeno un cm dal piano di calpestio.
  2. Posa e fissaggio. I pannelli vanno posati formando file orizzontali, dal basso verso l’alto, con giunti sfalsati. In corrispondenza degli spigoli le teste  dei pannelli dovranno essere alternate.
  3. Spigoli, rientranze. Sono da proteggere con appositi profili in lega di alluminio, a loro volta rinforzati con strisce di rete in fibra di vetro.
  4. Armatura e finitura. L’intonaco armato va realizzato sull’isolante mediante applicazione di un primo strato di rasante. Su questo, ancora fresco, va poi posizionata ed annegata la rete di armatura in fibra di vetro.

Nei sistemi a cappotto la base è fondamentale. Un corretto raccordo tra isolante e terreno evita di esporre il materiale a rischi derivanti per esempio dall’umidità da risalita, garantendone la stabilità dimensionale e la durata.

Allo scopo si possono utilizzare pannelli di diverso tipo. Tra quelli messi a punto in modo specifico, spesso si ricorre a quelli in polistirene espanso sinterizzato, che offrono garanzia di stabilità dimensionale, particolarmente importante nel sistema cappotto.

In genere questi hanno sulla superficie una particolare “pelle” per impedire l’assorbimento dell’acqua e limitare la risalita dell’umidità dal suolo.

Ve ne sono alcuni che presentano una serie di incisioni per indicare e limitare l’area nella quale applicare il collante, dalla posa facilitata e velocizzata.

I riferimenti normativi da tener presente per il sistema cappotto

  • ETAG 004: linee guida tecniche europee per sistemi isolanti  a cappotto e per esterni con intonaco.
  • ETAG 014: linee guida tecniche europee per tasselli in materiale plastico per sistemi isolanti a cappotto.
  • EN 13162: isolanti termici per edilizia- Prodotti di lana minerale (MW).
  • EN 13163: isolanti termici per edilizia- Prodotti di Polistirene Espanso Sinterizzato (EPS)
  • UNI EN 13499: isolanti termici per edilizia. Sistemi compositi di isolamento termico per l’esterno (ETICS) a base di polistirene espanso.
  • UNI EN 13500: isolanti termici per edilizia. Sistemi compositi di isolamento termico per l’esterno (ETICS) a base di lana minerale.
Come rinnovare visivamente la zona notte

Come rinnovare visivamente la zona notte

La parete dietro il letto è il punto focale della camera, quello che per prima attira lo sguardo: cambiarne l’aspetto significa rinnovare visivamente l’intera stanza.

Consigli utili per interpretare la stanza con creatività

Mensole, oggetti, quadri, pittura, tappezzeria e boiserie possono caratterizzare la camera senza dimenticare equilibrio ed armonia.

  • Mensole. Una o più arredano e sono funzionali allo stesso tempo: utili piani d’appoggio, possono sostituire i comodini e, nelle versioni più hi tech, anche le lampade da lettura (perché sono integrate).

I sostegni in stile rètro, lasciati a vista, diventano il motivo decorativo della composizione di mensole perfettamente simmetrica. Di una tonalità più chiara rispetto alla parete, dialoga con la sfumatura della testa e del giroletto per un gradevole insieme.

Se la camera è arredata con mobili coordinati, va personalizzata con i complementi tessili.

Come si fissano le mensole al muro?

Il primo step è valutare se utilizzare sostegni a scomparsa o a vista. Nel primo caso, sono necessarie staffe ad incasso nascosto che si inseriscono nello spessore della mensola stessa; questo esclude quindi modelli particolarmente sottili. In entrambi i casi, per essere sicuri che sia montata dritta serve una livella a bolla e, per forare il muro, un trapano.

E’ sempre meglio fare un primo foro con una punta di un diametro inferiore rispetto a quella richiesta, per poi ripassare nel buco, allargandolo, con la punta richiesta nel tassello.

La mensola può essere ricavata da una struttura in cartongesso con funzione isolante. Solitamente mantiene la stessa altezza della testata del letto, scelto in un colore che stacca completamente dallo sfondo neutro.

Superpratica e moderna, la barra pensile si presta a molteplici usi: ha luce incorporata, diversi ganci ed offre un piano d’appoggio per piccoli oggetti. Ha una larghezza superiore al letto e, per un risultato simmetrico, deve arrivare a filo con i comodini.

Aumentando la profondità della controparete si può ottenere anche un vano contenitore.

  • Oggetti: si può trasformare un semplice sommier nel più originale dei letti?

E’ facile ed economico. Basta osare un po’ e qualsiasi elemento può diventare originale: da un arazzo ai vecchi dischi in vinile.

Come creare una composizione in dischi?

Valgono le stesse “regole” valide per i quadri: provare a pavimento prima di procedere in via definitiva sul muro. La composizione prevede una linea continua sopra la testata del letto che prosegue sulla parete accanto. Le dimensioni compatte e sferiche invitano a provare disposizioni diverse.

Si possono anche realizzare sagome in carta da attaccare per vedere l’effetto che farà. Molti sono gli oggetti che si prestano a questo scopo, come piccole collezioni di cappelli o ventagli, fodere di cuscini: l’importante è che siano abbastanza leggeri e poco ingombranti.

Inoltre si consiglia si usare nastri adesivi ad hoc, invece di fare con i chiodi fori di cui poi ci si potrebbe pentire.

Il sommier in legno massello di faggio, Tatami Bed di Cinius è completamente ad incastro e senza parti metalliche. Disponibile su misura sia in altezza sia in dimensioni. E’ abbinato alla testata futon, imbottita in puro cotone e sfoderabile.

  • Quadri. Una composizione formata da tante tele simmetriche o diverse per soggetto e dimensioni oppure una sola formato maxi? Visivamente più leggera la prima opzione, di maggiore impatto la seconda.

Per quanto riguarda la disposizione dei quadri, calcolare non più di 25 cm sopra la testata, per evitare la sensazione che le tele “galleggino”. Se sono tante, di misure diverse, provare prima sul pavimento. Poi segnare a matita il punto di fissaggio di ognuna, tenendo conto dell’ingombro della cornice. Se il quadro non è troppo pesante, basta un chiodo e quindi un martello, altrimenti servono tasselli e trapano.

Una tendenza ormai consolidata prevede di fissare sul muro una piccola mensola come supporto a cui appoggiare le tele, per cambiare layout tutte le volte che si desidera.

Se le cornici sono di forma diversa, meglio allinearne la base, alla stessa distanza della testiera.

Un quadro di grandi dimensioni si può anche poggiare alla parete. In questo modo può cambiare posizione con facilità.

  • Pittura murale. Resta una soluzione di sicuro effetto, basta interrompere il monocolore con qualche tocco studiato.

Tre modi diversi di interpretarla: dalla fascia bassa alla nicchia, alla quinta dark.

Una fascia colorata, alta circa 100 cm, riproporziona la stanza dal soffitto alto. Della stessa tinta del letto tessile, stacca invece completamente rispetto magari al colore diverso di una tenda.

Una nicchia in cartongesso è già di per sé un’idea: in più, se dipinta in un colore più scuro rispetto alla parete di fondo. Così aumenta la sensazione di profondità.

Anche una sola parete o addirittura una porzione di essa, colorata in una tinta a contrasto rispetto al resto, è in grado di produrre diversi effetti visivi.

Se le tinte chiare dilatano, quelle scure aumentano la profondità ed in ogni caso lo stacco serve a definire una zona precisa all’interno della stanza. Il passaggio tra cromie diverse deve risultare netto e senza sbavature: occorre prendere le misure e delimitare le differenti aree da colorare con nastro di scotch rimovibile. (H 5 cm).

Per la quantità di vernice calcolare che 5 litri coprono circa 70 mq (se si dà una mano unica).

  • Tappezzeria. A tutta parete o riservata ad una porzione? Una scelta ad alto valore decorativo che enfatizza anche lo stile del letto, si tratti di un modello minimal o di uno più ricco con testata decor.

E’ ormai da qualche anno che la carta da parati è tornata ad abbellire le nostre case e tutti gli ambienti, compresi bagni, cucine e camere da letto.

Le aziende hanno risposto a questo trend proponendo modelli personalizzabili per dimensioni, colori e motivi e con sistemi di posa semplificati: la colla si mette al muro invece che sulla carta oppure i rotoli di carta sono già adesivi.

Per far durare più a lungo a la carta da parati, va passata con una mano di smalto, opaco o lucido.

Disponibile in due sfumature su toni del rosa o del lilla, la tappezzeria Diana collezione Jwal #one di Jannelli&Volpi è stampata su resina vinilica a basso spessore che offre molte prestazioni tecniche. E’ proposta la metro lineare con larghezza max di 68 cm.

  • Boiserie. Crea una sensazione di nido, calda ed avvolgente che non ha uguali, sia che si tratti di legno, come da tradizione, oppure di pannelli tessili, adatti a camere più contemporanee.

Posare autentiche boiserie lignee è un lavoro per professionisti. Si può, però, ricrearne l’effetto decorativo attraverso cornici e bordi pronti all’uso. In materiale plastico della famiglia del polistirolo, si incollano alla parete e possono poi essere dipinti con normali idropitture.

I pannelli in legno possono essere arricchiti da una semplice modanatura che crea una cornice in corrispondenza della testata del letto.

I pannelli, che fungono da testata, come i Tetris, possono essere rivestiti con ecopelle o tessuto, in un’ampia gamma di colori e trame.

Letti di linea slim si adattano meglio a pareti riccamente rivestite.

Iko di Flou ha la struttura in tubolare di acciaio disponibile nelle finiture nero e beige lucidi e brunito opaco con dettagli in oro o in nickel nero lucido; la testata è in cuoio.

Il letto Onda di Altrenotti con base in multistrato, ha la testiera in legno rivestita in tessuto sfoderabile; i piedi sono in legno vintage.

Come documentare l’efficienza della casa: dall’APE ai sistemi LEED e GBC

Come documentare l’efficienza della casa: dall’APE ai sistemi LEED e GBC

Dal 2009 è obbligatorio certificare le prestazioni energetiche degli immobili. La normativa a tale riguardo ha subito, nel tempo, diverse modifiche.

Oggi è l’APE, attestato di prestazione energetica, il documento specifico obbligatorio che descrive le caratteristiche energetiche di un edificio. Si tratta di uno strumento di controllo utile (e necessario) nei momenti di acquisto e locazione di un immobile. In più è usato per garantire maggior trasparenza sulla qualità di un involucro. Tale attestazione, come da DM 26 giugno 2015, certifica infatti il rispetto dei requisiti minimi di prestazione energetica di un edificio, con l’obiettivo di portare un miglioramento delle prestazioni energetiche del patrimonio immobiliare italiano complessivo.

Ed è in quest’ottica che vengono proposti anche altri protocolli energetici, che restano volontari, i quali si diversificano per metodo, variabili studiate e criteri di controllo.

Oltre all’APE (nelle sue variabili regionali), gli eco-sostenibili possono disporre di altre certificazioni, tra le quali Casa-Clima e LEED, che accompagnano il committente in ogni fase della casa, dalla nuova edificazione alla ristrutturazione fino al monitoraggio delle prestazioni, per garantire il rispetto dei parametri che definiscono una casa energeticamente efficiente.

Attestato Ape: documento tecnico che esprime la classe energetica dell’unità immobiliare

L’attestato APE esprime la classe energetica di un edificio o di una unità immobiliare in termini di kilowattora consumati all’anno per metro quadrato (kWh/mq anno) dai servizi energetici presenti.

In sostanza, vengono stimati i consumi energetici per la climatizzazione invernale ed estiva, la ventilazione meccanica, la produzione di acqua calda sanitaria, l’illuminazione ed il trasporto di persone o cose e viene sinteticamente espressa l’efficienza energetica dell’immobile, per mezzo dell’indice di prestazione energetica globale non rinnovabile, con una lettera: dalla G, la meno efficiente, alla A+, la più efficiente.

Per tutte le nuove costruzioni, a seguito di ristrutturazione importante o di riqualificazione energetica, l’APE è obbligatorio. Se l’unità immobiliare non è già dotata di APE, perché datata, è obbligatorio redigerla anche solo per la vendita o locazione.

Costi e durata dell’APE

L’APE deve essere redatto dal certificatore, così come individuato dal DPR 16/04/2013 n°75: ossia da società di servizi energetici (ESCO) e tecnici abilitati che non siano coinvolti nella progettazione, realizzazione, fornitura di materiali relativa all’immobile, né coniuge o parente fino al quarto grado del richiedente l’APE.

Secondo la normativa nazionale, sono tecnici abilitati all’esercizio della professione relativa alla progettazione di edifici ed impianti asserviti agli edifici stessi, come architetti ed ingegneri o coloro che abbiano adeguato titolo di studio ed un attestato di frequenza di un corso specifico per la certificazione energetica degli edifici.

Le Regioni hanno facoltà di inserire ulteriori criteri restrittivi per la figura del certificatore energetico, come il superamento di corsi specifici e l’iscrizione in appositi elenchi.

Il costo dell’APE varia in relazione alle dimensioni ed alla possibilità di redazione in forma semplificata; per esemplificare si può considerare un prezzo base medio di 200-250€ per un alloggio nuovo con caratteristiche standard.

Il documento vale per 10 anni, sempre che non intercorrano modifiche edilizie o impiantistiche che vadano ad incidere sulla prestazione energetica globale del fabbricato.

La data della validità è riportata nella prima pagina dell’APE, sul lato destro.

Il valore dell’APE sul mercato

L’APE non ha di per sé un valore quantificabile sul mercato immobiliare, se non il suo costo vivo. Piuttosto, ha consentito che i costi per il fabbisogno energetico diventassero progressivamente una variabile economica importante nella valutazione di una casa.

Sempre più spesso chi compra casa confronta il maggior costo di un alloggio nuovo ed efficiente con il minor costo di un alloggio esistente energivoro, da ristrutturare ed al quale devono essere applicati i costi di riqualificazione energetica oltre che quelli della semplice ristrutturazione.

Ciascun appartamento deve avere un APE, con riferimenti catastali univoci, così come eventuali unità immobiliari non residenziali (negozi ed uffici). In condominio, in caso di alloggi con caratteristiche assimilabili in fatto di forma, esposizione e materiali, i calcoli risultano semplificati.

Il protocollo CASACLIMA

Questa certificazione è prodotta da un ente terzo: Agenzia per l’Energia CasaClima.

Il protocollo è caratterizzato da un iter complesso che punta al controllo del rispetto dei parametri e dei criteri stabiliti ed alla qualità costruttiva.

L’iter di certificazione CasaClima, infatti, inizia dall’invio, da parte del committente/tecnico, della documentazione relativa alla progettazione energetica. Il tecnico viene supportato dall’Agenzia durante tutto il percorso della certificazione, con la possibilità, qualora emergano delle criticità, di integrare o valutare soluzioni energeticamente più performanti.

Il costo della certificazione CasaClima è definito da un tariffario in base alla superficie netta riscaldata (SNR). Per edifici con SNR fino a 300 mq è di 1.500€ + IVA, comprese le spese per i sopralluoghi in cantiere, che sono un aspetto fondamentale della certificazione.

L’iter: controlli e test finale

Il percorso per la certificazione CasaClima prevede, oltre alla richiesta di una dettagliata documentazione fotografica, anche lo svolgimento durante la costruzione dell’edificio di almeno due sopralluoghi per verificare la corrispondenza con il calcolo energetico effettivo e la documentazione presentata.

Nel caso dell’APE, solo dal 2015 è obbligatorio almeno un sopralluogo da parte del tecnico incaricato. Questi poi accredita l’APE presso l’ente di accreditamento  di competenza, il quale ha l’obbligo di fare solo il 2% oppure il 5% (dipende dalle Regioni) di controlli sugli APE certificati.

CasaClima fa un controllo del 100% dei propri certificati.

L’Agenzia, inoltre, richiede un test finale di tenuta all’aria (Blower Door Test) per verificare sia la tenuta all’aria sia la qualità costruttiva dell’edificio. Un edificio senza infiltrazioni d’aria evita non solo perdite energetiche ma garantisce l’assenza di formazione di possibili punti di degrado.

Sostenibilità dell’edificio a 360°: i protocolli LEED e GBC

GBC Italia (Green Building Council Italia) è un’associazione no profit che fa parte della rete internazionale dei GBC presenti in molti altri paesi. Grazie ad un accordo di partenariato con USGBC, GBC Italia  adatta alla realtà italiana e promuove il sistema di certificazione indipendente LEED. In più, ha ideato una serie di altri sistemi di certificazione, GBC, a misura del patrimonio edilizio nazionale.

I protocolli energetico-ambientali LEED e GBC prendono in considerazione una pluralità di altri aspetti, oltre all’efficienza energetica: l’impatto dell’edificio sul sito di costruzione, la sua interazione con i trasporti e la mobilità di prossimità, la gestione dell’acqua, i materiali impiegati, la gestione e lo smaltimento dei rifiuti prodotti, il comfort e la salubrità degli spazi interni.

LEED BD + C è specifico per edifici di nuova costruzione o in corso di ristrutturazione (ampi complessi residenziali)

LEED O + M è adatto per gli edifici esistenti sottoposti ad interventi di miglioramento e comprende attività di gestione e manutenzione.

LEED ND si applica ai nuovi progetti di sviluppo di quartiere o a progetti di riqualificazione.

GBC HOME è specifico per gli edifici residenziali e le piccole strutture ricettive.

GBC Historic Building è rivolto agli edifici storici costruiti prima del 1945. Si applica ad interventi di restauro, riqualificazione o recupero, anche di parziale integrazione, nell’ambito di interventi che coinvolgono elementi rilevanti degli impianti di climatizzazione ed il rinnovo o la riorganizzazione funzionale degli spazi interni, compatibilmente con la salvaguardia dei caratteri tipologici e costruttivi dell’edificio.

GBC Quartieri si applica a progetti di nuovo sviluppo o rigenerazione di quartieri.

GBC Condomini, in fase sperimentale, è l’ultimo protocollo GBC Italia ideato per dare una risposta concreta ed il supporto all’esigenza di riqualificazione profonda degli edifici residenziali condominiali: questo protocollo non si applica ai casi di demolizione e ricostruzione dell’esistente.

All’interno dei diversi protocolli è richiesta una particolare attenzione agli aspetti energetici.

Quasi sempre viene richiesta la simulazione energetica dinamica, una metodologia che permette di simulare il reale funzionamento dell’edificio fornendo così delle stime molto più precise dei consumi energetici rispetto al calcolo di norma effettuato per la redazione dell’APE.

La simulazione energetica dinamica permette di inserire in modo dettagliato non solo le caratteristiche tecniche dell’edificio, ma anche le modalità di utilizzo da parte degli utenti.

Nel caso poi degli edifici esistenti, il protocollo GBC Condomini, che è in fase sperimentale e sarà attivato a breve, richiede che sia effettuata la diagnosi energetica, che consiste nello studio dello stato di fatto, delle condizioni d’uso reali e delle possibili soluzioni di intervento che ottimizzino il rapporto costi-benefici con l’obiettivo di ottenere un maggior livello di comfort associato ad una minore spesa energetica.

Utilizzare i protocolli LEED e GBC per progettare e costruire il proprio immobile e la propria casa significa ottenere un risultato integrato di confort ed efficienza superiori a quelli garantiti dai tradizionali approcci.

Fotovoltaico e solare termico: il futuro è green

Fotovoltaico e solare termico: il futuro è green

Il sole come fonte energetica pulita ed esauribile è un’opportunità unica e rappresenta un cardine della green economy

Sono più di 800mila, infatti, gli impianti attivi in Italia e la previsione è di una crescita ulteriore.

Quella proveniente dal sole è un’energia pulita e rinnovabile che nel corso dei secoli l’uomo ha cercato di “domare” e sfruttare nel migliore dei modi.

Risale al XIX secolo, per opera dell’inventore Charles Fritts, il primo pannello fotovoltaico, con il selenio ricoperto da una sottile pellicola che, una volta esposto al sole, produceva energia elettrica.

Nella metà del secolo successivo nasce invece la prima cella solare in silicio, capace di generare una corrente misurabile.

Per quanto riguarda il solare termico, i primi “esperimenti” risalgono addirittura all’epoca dell’Impero Romano quando, attraverso l’effetto serra creato dai vetri, si scaldavano le abitazioni. E’ tra le fine del Settecento e la metà dell’Ottocento, invece, che vengono gettate le basi per realizzare i moderni pannelli solari in grado di scaldare l’acqua sanitaria, con il primo brevetto depositato nel 1891 dall’americano Clarence Kemp.

Negli ultimi cinquant’anni le tecniche di costruzione dei pannelli fotovoltaici e di quelli per il solare termico si sono sempre più affinate, fino a raggiungere gli attuali livelli hi-tech che li rendono super affidabili ed efficienti.

Con costi ammortizzabili in tempi sempre più ridotti: oggi si parla di 3-4 anni, contro gli 8-10 di qualche anno fa.

Impianto fotovoltaico: amico dell’ambiente

Con tale impianto si produce in autonomia l’energia elettrica di cui si necessita per la propria abitazione (se non tutta, almeno una buona parte), riducendo i costi in bolletta, contribuendo alla salvaguardia dell’ambiente.

I pannelli fotovoltaici possono essere orientati verso il sole tramite aggancio su strutture fisse o su quelle “mobili” che sono in grado di girarsi per incrementare la captazione solare. Tale impianto è detto ad inseguimento.

Ogni kWp installato (il kilowatt picco è l’unità di misura della potenza erogata da un modulo fotovoltaico in condizioni standard) richiede uno spazio di circa 8/10 mq se i moduli sono a silicio cristallino complanari alle coperture degli edifici; occorre invece uno spazio maggiore se i moduli sono disposti in più file su superfici piane.

Un impianto può essere: connesso alla rete elettrica nazionale (grid-connected), isolato (stand alone), ibrido (impianto di produzione elettrica da fonti rinnovabili dotato di un sistema che fa accumulare l’energia prodotta di giorno per poi utilizzarla in qualsiasi altro momento).

Solo un esperto è in grado di dimensionare correttamente l’impianto sulla base dell’effettivo fabbisogno energetico.

Con il fotovoltaico ed un uso intelligente degli elettrodomestici, si può abbattere la spesa per l’elettricità fino al 70%. Con l’irraggiamento solare presente in Italia, un impianto fotovoltaico domestico può essere anche fonte di guadagno.

Come investimento, può ripagarsi da solo in circa 4 anni. I pannelli di ultima generazione offrono un rendimento elevato per circa 20-25 anni.

Quali sono gli elementi che costituiscono un impianto fotovoltaico?

Un impianto fotovoltaico è composto dai seguenti elementi:

  • Il modulo fotovoltaico (ovvero il pannello)
  • L’inverter (trasforma la corrente prodotta da continua ad alternata)
  • Il quadro di protezione e comando
  • Il contatore elettrico bidirezionale

I vantaggi di un impianto fotovoltaico

  • Varietà di scelta: l’energia prodotta in eccesso può essere accumulata per sé oppure ceduta alla rete elettrica nazionale.
  • Modularità: un impianto è realizzato in base alle esigenze, ma è possibile potenziarlo o depotenziarlo variando il numero di moduli.
  • Affidabilità: il ciclo di vita dei pannelli si aggira sui 20-25 anni. Gli interventi di pulizia e manutenzione sono molto semplici.
  • Assenza di combustibile fossile: non vengono rilasciate componenti nocive quali emissioni, residui o scorie. Per il fotovoltaico non si utilizzano apparecchi in movimento e non è richiesta circolazione di fluidi a temperature elevate o in pressione.

Costi ed installazione

Per porre un impianto fotovoltaico sul tetto di un’abitazione indipendente o su quello condominiale, occorre rivolgersi ad un’azienda specializzata (come Ristruttura Interni) che, dopo aver eseguito un sopralluogo ed un audit energetico, presenta al cliente un preventivo di spesa.

Un impianto da 3kW ha un costo che varia dai 7000€ ai 14.000€ ( se ci sono sistemi di accumulo) ma il prezzo varia a seconda delle caratteristiche del pannello.

L’installazione rientra tra gli interventi eseguibili in edilizia libera e non servono permessi, a patto che l’edificio sia fuori del centro storico o non sia vincolato.

E’ necessaria invece l’autorizzazione del fornitore di energia elettrica della zona, che procede alla sostituzione del contatore domestico, con un costo per l’utente di circa 250€.

Per quanto riguarda la potenza, per produrre 3 kW (fabbisogno medio di una famiglia) occorrono in media circa 10 pannelli, collegati in serie.

L’energia prodotta è immediatamente disponibile se “continua”, perché l’impianto include anche un dispositivo (inverter) che la trasforma subito in “alternata” a 220 volt per essere utilizzata in ambiente domestico.

Incentivi fiscali

Chi decide di installare un impianto fotovoltaico può beneficiare di una detrazione Irpef del 50% (prevista dal bonus ristrutturazioni) su una spesa massima di 96mila euro.

L’utente riceve il “rimborso” (o sconto fiscale) in dieci rate annuali di pari importo.

Per accedere al bonus è necessario inviare all’Enea la documentazione relativa all’intervento. Per informazioni: http://www.acs.enea.it/invio

Una seconda agevolazione per chi sceglie il fotovoltaico è il cosiddetto “scambio sul posto”, un incentivo erogato dal Gse , che paga al proprietario dei pannelli l’energia elettrica prodotta in eccesso e consumata in un secondo momento.

Il servizio di Scambio sul Posto è una particolare forma di autoconsumo in sito. Ed il sistema elettrico diviene strumento per l’immagazzinamento virtuale dell’energia elettrica prodotta e non auto consumata.

Ecco un esempio che ne chiarisce il funzionamento: un impianto di 3kW nei mesi estivi produce più energia di quanta ne occorre. Mentre in inverno avviene esattamente il contrario. L’energia “in eccesso” prodotta in estate viene immessa in rete ed utilizzata da altri utenti.

In inverno, quando l’energia prodotta non è sufficiente a coprire il fabbisogno ed occorre prelevarne dalla rete nazionale, il Gse riconosce all’utente un incentivo sull’energia immessa in precedenza. Per usufruire di questo meccanismo occorre compilare una pratica dello stesso Gse nel momento in cui l’impianto viene collegato alla rete elettrica.

Impianto solare termico: costi e funzionamento

In questo caso l’irraggiamento è utilizzato per scaldare l’acqua ad uso sanitario e, con un assetto adatto, anche quella, tutta o in parte, per il riscaldamento.

Un sistema solare termico si basa sui collettori solari, i pannelli (diversi da quelli fotovoltaici) che captano la radiazione solare.

Esistono due tipi di impianto: a circolazione naturale (per piccoli fabbisogni) e forzata (per fabbisogni più consistenti).

Nel primo tipo, i collettori contengono un fluido che, quando si scalda, sale verso un serbatoio d’accumulo (detto bollitore) d’acqua calda che è posto sul bordo superiore del collettore.

Il fluido riscaldato può essere utilizzato direttamente dall’utenza “circuito aperto” oppure circolare solo tra i collettori ed il serbatoio (“circuito chiuso”) per trasportare il calore all’acqua.

Nei sistemi a circuito chiuso, infatti, il serbatoio d’accumulo contiene uno scambiatore di calore: il calore accumulato dal fluido nei collettori viene ceduto all’acqua contenuta nel serbatoio che viene poi distribuita all’utenza finale.

Nei sistemi a circolazione forzata, invece, il bollitore è separato dal collettore ed è presente quindi una pompa che favorisce la circolazione dell’acqua.

Per fronteggiare il fabbisogno di acqua calda sanitaria nei mesi invernali, il bollitore può essere collegato alla caldaia della casa. Questo è previsto anche quando l’impianto solare deve scaldare, in più, l’acqua per il riscaldamento. In tal caso, al circuito si possono aggiungere anche altri apparecchi che producono il calore, come per esempio, un camino o una stufa.

L’impianto di riscaldamento ideale per il solare termico è quello a bassa temperatura.

I risparmi possono arrivare all’80% della spesa annuale per l’acqua calda sanitaria.

Quali sono i componenti che costituiscono un impianto solare termico?

I componenti variano secondo la tipologia del sistema:

  • A circolazione naturale: collettori (pannelli) e bollitore
  • A circolazione forzata: collettori (pannelli), bollitore, pompa di circolazione

I vantaggi di un impianto solare termico

  • Riduzione dei consumi energetici: grazie ad un impianto solare termico è possibile ridurre la bolletta del gas risparmiando anche il 60/70% (a volte l’80%) di energia per la produzione di acqua calda sanitaria ed il 30/40%  di calore per riscaldare gli ambienti. Rendendo la casa meno energivora, se ne aumenta anche il valore commerciale.
  • Vantaggi ambientali:con i pannelli solari non si ha nessuna emissione di CO2 né di altri inquinamenti atmosferici come le polveri,gli ossidi di azoto ed ossidi di zolfo.
  • Integrazione: i pannelli possono essere usati anche per integrare la caldaia a gas o lo scaldabagno di casa, con riduzioni delle emissioni del 60%.
  • Versatilità: sono adatti per ogni tipi di tetto e tipologia di edificio.
  • Affidabilità: i collettori, sebbene, sofisticati, hanno lunga durata.

Costi ed installazione

L’iter che porta all’installazione dell’impianto solare termico è simile a quello del fotovoltaico e rientra nelle opere di edilizia libera (non occorre permesso comunale).

L’impianto però è in genere più complesso. Basti pensare che nel caso di una famiglia di quattro persone occorre un serbatoio di accumulo di circa 500 litri d’acqua.

In media, per l’installazione di due pannelli solari termici (che scaldano fino a 500 litri di acqua sanitaria) si spendono circa 3mila euro.

In estate l’impianto riesce solitamente a coprire il fabbisogno giornaliero. Mentre in inverno può essere necessario utilizzare la caldaia (camino o stufa) perché si copre circa il 20-30% del fabbisogno.

Incentivi fiscali

Per quanto concerne il solare termico esistono due tipologie di incentivi, tra loro non cumulabili: l’Ecobonus al 65% ed il Conto termico.

L’Ecobonus consiste in una detrazione Irpef del 65% calcolata su una spesa massima per i collettori solari pari a 60mila euro. Anche in questo caso il rimborso Irpef è suddiviso in dieci rate annuali di pari importo e, come il bonus ristrutturazione, per poterne usufruire è obbligatorio inviare la documentazione all’Enea.

Il Conto termico, gestito dal Gse è un incentivo che varia dal 45% al 65% calcolato in funzione del numero e della tipologia dei pannelli.

Il Gse, entro 30 giorni dalla realizzazione dell’impianto, ma in pratica dopo circa tre mesi, eroga l’incentivo all’utente mediante un bonifico. In un’unica soluzione se lo stesso incentivo è inferiore o pari a 5mila euro.

Il Conto termico è liquidato più velocemente rispetto all’Ecobonus. Ma a differenza di quest’ultimo ha un importo inferiore. Di conseguenza, per chi non ha bisogno di liquidità e può attendere è consigliabile scegliere l’Ecobonus. Per tutti gli altri, il Conto termico rappresenta una valida agevolazione, con un rientro parziale dell’investimento davvero rapido.

Consigli utili su come progettare la zona cottura

Consigli utili su come progettare la zona cottura

Fornello + cappa, sono una delle “coppie” più problematiche da risolvere quando si tratta di acquistare la cucina. Ma ancora di più quando si intende cambiare la posizione del blocco operativo.

Per cucinare serve, ovviamente, un piano cottura. Ma di che tipo?

Oggi l’offerta è vasta, perché accanto ai tradizionali, ma sempre attuali, bruciatori a gas, si stanno diffondendo le piastre ad induzione. A volte, la scelta dell’una o dell’altra tipologia dipende dalla possibilità o meno di poter espellere i fumi di cottura attraverso la canna fumaria, che non è sempre presente, tramite una cappa.

Anche la posizione degli altri impianti (elettrico, gas ed idrico), se già esistenti, vincola la scelte progettuali ed il tipo di composizione.

Una zona cottura sull’ isola, in particolare, non è sempre facile da ricavare, quando sostituisce una cucina a parete. Al contrario, se l’intervento non cambia tipologia, ci saranno meno vincoli e quindi i lavori saranno semplificati.

4 tipologie di zona cottura con gli elettrodomestici più adatti per ciascuna

  • Zona cottura sull’isola da chef. Superattrezzata, è il sogno di chi nutre una vera passione per la cucina ed ama condividere il momento della preparazione. Richiede spazio, ma inserita nel living, diventa il cuore, operativo e conviviale della casa.

Libertà di movimento e possibilità di lavorare rivolgendosi ad altre persone sono le principali caratteristiche della zona cottura sull’isola. La distanza dalle pareti richiede una progettazione attenta, soprattutto quando, dovendo rinnovare i mobili della cucina, si intende cambiare sia il tipo di piano cottura, sia la sua collocazione.

Occorre perciò decidere prima l’esatta disposizione dell’isola nell’ambiente. Per evitare grossi interventi murari, la soluzione più pratica è la costruzione di una pedana in cui collocare gli impianti (idrico, elettrico ed eventualmente del gas) e di un controsoffitto, per la cappa. Per le prese degli elettrodomestici sarà utile prevedere delle “torrette” a scomparsa e barre a led sul balcone per illuminare efficacemente il top.

Anche se a vista sul soggiorno, l’isola può nascondere elettrodomestici, come il forno o la lavastoviglie, incassati nelle sue basi. Per quanto riguarda lavello e fuochi, oltre alle soluzioni filotop, si possono prevedere dei piani scorrevoli che coprono, all’occorrenza, la zona operativa. Soluzioni che permettono di aumentare la superficie di lavoro quando gli elementi sottostanti non sono utilizzati.

L’assenza di pensili, spesso considerati elementi di disturbo quando si cucina, è un tratto comune di molte zone cottura ad isola. Eppure, sono molto utili per avere gli strumenti da chef a portata di mano. In alternativa, si può pensare ad una struttura a giorno che inglobi cappa, vani di contenimento, piattaia e mensole.

La zona cottura sull’isola quali elettrodomestici richiede?

Nei numerosi programmi televisivi in cui sono protagonisti gli chef, spesso il piano cottura, anche per ragioni pratiche e di sicurezza, è ad induzione. Questo sistema innovativo ha tra i principali vantaggi l’alta efficienza energetica: il calore viene trasmesso laddove serve (sotto la pentola), senza dispersioni e con assoluta precisione. Sono però necessarie pentole con il fondo ferroso o in acciaio; lo chef dovrà perciò rinunciare ad utilizzare padelle in rame, alluminio e terracotta, talvolta suggerite per alcuni tipi di ricette.

I piani a gas, soprattutto in Italia dove il costo dell’elettricità è alto, non sono affatto superati. Al contrario, sono perfetti per certi tipi di cottura, come quella alla fiamma. Una soluzione di compromesso tra i due tipi di fornelli è il piano ibrido, con zone cottura ad induzione ed almeno una a gas, con bruciatore ad alta efficienza.

E la cappa? Per chi, come uno chef, cucina tanto (ed a maggior ragione se uno dei fuochi è a gas), serve un modello aspirante, collegato ad una canna fumaria.

  • Zona cottura sulla penisola che divide. E’ una soluzione indicata per ambienti di grandi e medie dimensioni, tipica delle composizioni a L o a U. Consente di ricavare un triangolo di lavoro regolare, che facilita le operazioni in cucina.

Perfetta per definire gli spazi, la penisola “operativa” offre molti dei vantaggi dell’isola, ma richiede minori interventi murari e sugli impianti. Per assicurare l’ergonomia mentre si lavora, se la zona cottura è collocata sul balcone, l’area lavaggio dovrebbe stare sul lato adiacente (quindi perpendicolare), separata da una porzione di piano di lavoro. Questo genere di disposizione è ancora più fruibile se nello stesso ambiente viene inserito anche un tavolo da pranzo. Nel caso di una composizione ad U, se l’ambiente non è molto grande, occorre fare in modo che lo spazio risulti agevole per i movimenti. Al contrario, se la superficie abbonda, è consigliabile, per comodità, che il “triangolo di lavoro” sia raggruppato nella parte inferiore della U.

Il piano cottura a gas  è ancora il più diffuso, grazie alla facilità d’uso e di regolazione, che avviene in modo istantaneo. Va considerato sicuro perché, per legge, deve essere dotato del dispositivo di sorveglianza di fiamma (termocoppia) o che interrompe l’erogazione del gas in mancanza di fiamma. E’ dotato di bruciatori, detti “fuochi”, di diverse potenze: più bassa quella degli “ausiliari”, più alta quella dei “rapidi” e degli “ultrarapidi”. Bruciatori speciali sono quelli a doppia, tripla e quadrupla “corona” ( i cerchi intorno alla fiamma), e quelli a fiamma verticale, più efficienti e dai consumi ridotti.  

Il fornello a gas deve essere abbinato ad una cappa aspirante  (o in alternativa una filtrante abbinata ad un elettroventilatore). Se il collegamento alla canna fumaria è complicato o non si vuole il condotto a vista, la soluzione più semplice è la realizzazione di un controsoffitto in cui inserire un particolare modello di cappa da incasso, che così risulterà completamente mimetizzata.

  • Zona cottura tradizionale, a parete. E’ la più diffusa e la più facile da progettare, tipica delle composizioni lineari, affiancate dal lavello e di quelle angolari.

La sostituzione e lo spostamento del piano cottura è (quasi) sempre fattibile.

Per ragioni di spazio, è la soluzione più gettonata: la zona cottura collocata contro la parete, a sé stante (se la composizione è a L, preferibile) oppure affiancata all’area lavaggio (se è risolta in un unico blocco lineare). Questo tipo di composizione è anche il meno complesso dal punto di vista impiantistico, anche quando si tratta di cambiare la disposizione dei mobili e/o di sostituire il piano cottura (passando, per esempio, dal gas all’induzione).

Se la cucina si sviluppa su un’unica parete, come spesso succede quando è a vista sul soggiorno, la zona cottura può essere schermata da pannelli scorrevoli oppure nascosta in un’armadiatura.

Il piano cottura ad induzione è adatto sia per le nuove installazioni, sia per le sostituzioni. E’ però sconsigliato l’incasso nella base con il forno, a meno di prevedere un’adeguata intercapedine tra i due elettrodomestici. Tanti i vantaggi: rendimento energetico elevato, tempi di cottura brevi, cottura uniforme, regolazione della temperatura di cottura, programmi speciali, sicurezza d’uso e facilità di pulizia. L’induzione è particolarmente vantaggiosa nelle abitazioni dotate di pannelli fotovoltaici (è infatti energivora ed è facile oltrepassare i 3 kW della fornitura elettrica standard). I modelli più innovativi hanno zone “flessibili” (ospitano anche più di un tegame per volta) e/o “bridge” (due piastre adiacenti possono unirsi per ospitare pentole grandi). Anche se consigliabile, per questi piani non c’è l’obbligo di espellere i fumi tramite una cappa aspirante, salvo il fatto che i regolamenti locali lo prevedano.

  • Zona cottura mimetizzata nel bancone. La zona cottura sull’isola può essere invisibile: allora, non solo i fuochi, ma anche la cappa si fonde con il top. Il risultato? Un ambiente più arioso con la superficie di lavoro sfruttata al massimo.

Se la pianta è di medie dimensioni non si deve rinunciare a trasformare la vecchia cucina in una composizione con un’isola operativa. Basta fare delle scelte. Come sempre, la prima riguarda la cappa, il cui collegamento alla canna fumaria può non essere semplicissimo; lo  stesso apparecchio, poi, può risultare ingombrante. La zona cottura potrebbe essere attrezzata con una piastra ad induzione con sistema di aspirazione integrato. Come risolvere, invece, la zona pranzo? Se non c’è spazio sufficiente, si può rinunciare ad una soluzione tradizionale per un piano snack collegato al bancone, spostando il tavolo o, in alternativa, se ne può acquistare uno trasformabile.

Il piano aspirante  è una delle soluzioni idonee a questa tipologia di zona cottura. Si tratta di un piano cottura ad induzione che è anche cappa, ma con una particolarità: l’aria è aspirata non verso l’alto ma verso il basso da un apparecchio collocato al centro del fornello, sul lato corto o lungo. A vista, risulta solo una griglia. Fumi e vapori di cottura vengono convogliati all’esterno attraverso un canale collegato al foro posto alla base del piano oppure, se il sistema è filtrante, l’aria viene purificata e poi reimmessa nell’ambiente attraverso apposite griglie sotto le ante dei mobili, sulla mascherina di rialzo, collegate alla cappa tramite condotto.

Per la presenza di dispositivo di aspirazione, il piano ha un’altezza di incasso maggiore dello standard, in genere di 20 cm, che non permette di inserire il forno al di sotto. Inoltre, nella versione a 4 zone, ha una larghezza superiore ai 60 cm. Esistono poi i modelli con la cappa sul lato lungo del piano, a saliscendi o con alette apribili: l’uso ottimale si ha in cucine con “canale” retrostante o in isole e penisole a profondità maggiorata. I filtri del piano aspirante possono essere estratti dalla griglia e messi in lavastoviglie. L’interno può essere pulito, completamente in sicurezza. Una speciale valvola consente di scaricare eventuali liquidi versati.

Come eliminare i rumori in casa

Come eliminare i rumori in casa

Il comfort acustico è una condizione fondamentale per la qualità della vita domestica. Quando viene meno, si può intervenire con soluzioni mirate.

Una volta individuata la tipologia di inquinamento acustico da combattere e la causa, per esempio se proviene dall’esterno o dagli appartamenti adiacenti, resta da capire come e dove intervenire.

Le soluzioni per bloccare la propagazione delle onde sonore, o almeno per assorbirle, sono infatti numerose come l’aggiunta dell’isolamento dall’interno, la sostituzione dei vecchi infissi, la posa di materassini anticalpestio o di controsoffitti.

Il controsoffitto acustico Mono Acoustic di Rockfon è realizzato in lana di roccia e polvere di marmo. Può essere montato su una struttura sospesa (con pendinatura) o applicato direttamente sulla superficie, anche curva o inclinata. Si posa anche su pareti: nell’installazione verticale può essere usato in alternativa agli assorbitori murali a parete. A queste performance di assorbimento acustico si abbinano anche proprietà di contenimento energetico.

Le diverse fonti

  • Le vibrazioni. I rumori generati dalle vibrazioni di corpi nell’aria (detti aerei) vengono percepiti proprio attraverso l’aria, che diventa il veicolo di trasmissione dei suoni. Tra questi rumori, ci sono anche quelli provocati dalla voce e dalle trasmissioni radio e televisive, decisamente fastidiosi.
  • Le percussioni. Sono rumori che traggono origine da una sollecitazione meccanica a cui viene sottoposta una struttura o un elemento facente parte dell’edificio, come una parete o il solaio. Alla sollecitazione (quindi al colpo) segue una vibrazione che, imposta all’elemento rigido, si ripercuote nell’aria e viene percepita dall’apparato uditivo delle persone, sempre tramite via aerea. Alcuni rumori originati da percussioni sono quelli causati dallo spostamento di mobili, da porte chiuse con forza, dalla caduta accidentale di oggetti e dai passi.
  • Gli impianti. I rumori dovuti invece agli impianti tecnologici della casa e dell’edificio in generale sono forse i più complessi da definire e circoscrivere, in quanto possono originarsi in duplice forma, area o da percussione, per essere poi percepiti in forma aerea.

E’ il caso dei rumori dovuti agli scarichi, agli ascensori, agli apparecchi di ventilazione ed a quelli originati dagli impianti di riscaldamento.

La normativa

La legge quadro, che per la prima volta affronta il tema del rumore in Italia, è relativamente recente: è la 447 del 1995. A questa sono poi seguiti, mano a mano, i decreti attuativi per i vari ambiti, tra cui anche quello sulle caratteristiche acustiche che devono avere gli edifici, il D.P. C.M. 5/12/1997 (documento di riferimento nella normativa italiana per l’acustica in edilizia. Quest’ultimo definisce le prestazioni di isolamento acustico che gli edifici devono possedere.

Il rumore proviene dall’abitazione del piano sopra: quali sono le cause ed i rimedi consigliati?

Solitamente i rumori che si avvertono dall’appartamento posto al piano superiore sono quelli relativi agli impianti e di tipo impattivo. I suoni che propagano per via aerea, come la voce delle persone o l’audio della tv sono invece avvertibili più difficilmente.

I rumori causati dagli impianti sono dovuti perlopiù agli scarichi dei bagni; quelli di tipo impattivo, invece, sono causati dal calpestio e da sorgenti che trasmettono il rumore attraverso le vibrazioni (ne è un esempio la lavatrice). Questo tipo di rumore è detto “solido”.

Ai rumori dovuti alle tubazioni ed agli scarichi idrici non c’è rimedio, a meno di intervenire direttamente (con scassi a pavimento ed a livello delle pareti) per fasciare i condotti con idonee guaine fonoassorbenti o per sostituirli con quelli di nuova generazione, che sono silenziati.

Anche i rumori impattivi richiedono lavori ingenti e non sempre “fattibili”: risolutivo sarebbe intervenire sul pavimento del piano superiore per introdurre un materassino anticalpestio.

Phonmax Bs di Primate è un materassino per l’isolamento al calpestio specifico per massetti a basso spessore. E’ composto da uno strato di Primate Phonopro (3 mm di spessore di polietilene espanso a celle chiuse reticolato, appositamente studiato per l’isolamento acustico), accoppiato termicamente con la fibra poliestere termo gelata Phonotel. L’abbinamento dei due prodotti permette di ottenere elevati valori di abbattimento acustico al calpestio.

Come risolvere i rumori dell’appartamento adiacente?

In questo caso i problemi più ricorrenti di solito sono dovuti ai suoni che si trasmettono per via aerea ed agli scarichi.

I rumori per via aerea sono dovuti ad una mancata o errata progettazione delle pareti che separano le unità abitative. In genere, si riscontra che sono sottodimensionate ed anche costruite non correttamente. Per esempio, le tracce per le forassiti (i tubi corrugati flessibili all’interno dei quali si fanno passare i cavi) ed i fori per le prese, se sono realizzati nello stesso punto da entrambe le parti del muro creano una sorta di buco acustico.

Anche gli intonaci ed i materiali scelti possono non essere adeguati o applicati male.

Per rimediare, si procede dall’interno con una controparete isolante acusticamente (tamponamento in cartongesso accoppiato ad isolante). Si tratta di una soluzione spesso risolutiva, se dimensionata ed applicata correttamente, ma occorre mettere in conto la perdita di 10-15 cm nella stanza.

Negli edifici più vecchi può capitare che il rumore prodotto in casa si propaghi attraverso la porta di ingresso non blindata (andrebbe sostituita) e si amplifichi nel vano scale.

Da applicare all’interno, a parete ma anche a soffitto, Gypsotech Duplex dB-Lignum di Fassa Bortolo è un pannello isolante studiato per garantire la massima fono assorbenza in un volume minimo. La struttura è accoppiata: alla lastra di cartongesso Gypsotech viene unito un pannello in poliuretano, riciclato, dello spessore di 10 mm, rivestito su entrambi i lati con uno strato di tessuto non tessuto. Lo spessore totale non supera i 30-40 mm.

Se il problema acustico è interno all’appartamento, come si risolve?

Ci si trova in una situazione meno seria della precedente, soprattutto perché si può risolvere autonomamente.

I disturbi più frequenti sono solitamente di tipo impiantistico (scarichi ed impianti di climatizzazione dell’aria) o aereo e di trasmissione diretta a causa dello scarso isolamento tra due camere adiacenti.

Se per gli scarichi idrici si procede analogamente a quando il fastidio è dovuto ad altri, per gli impianti di climatizzazione la cosa più semplice (ma costosa) è sostituire i vecchi dispositivi con modelli recenti. Si tenga conto che alcuni tipi di impianti anche oggi risultano più rumorosi di altri, soprattutto se il “motore” è interno all’abitazione.

L’isolamento tra due stanze si aumenta invece con una controparete. Anche le porte interne sono importanti perché, se isolanti e posate bene, fanno la differenza.

Il rimbombo: un grande fastidio

In un’abitazione, i problemi dati dalla persistenza in una stanza di un suono (dovuta al riverbero sulle pareti) sono risolti spesso con l’arredamento.

Pareti parzialmente occupate con mensole o mobili favoriscono l’acustica all’interno della stanza. E’ utile sapere poi, che le superfici porose, morbide ed imbottite, contribuiscono ad attutire il suono e sono l’ideale per contrastare il rimbombo in ambienti particolarmente ampi ed alti.

Da questo punto di vista, anche il legno (parquet e boiserie) funziona bene, meglio delle piastrelle e del marmo.

Esistono poi speciali pitture adatte a rifinire le contropareti isolanti che possono essere aggiunte negli interventi di riqualificazione acustica.

Paintlac di MaxMeyer è lo smalto murale all’acqua che si applica direttamente su cartongesso, ideale quindi negli interventi di coibentazione acustica contro pareti.

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Sicurezza in cucina: le norme da rispettare

Stile, estetica, dimensioni sono criteri di valutazione importanti ma prima della scelta degli elettrodomestici per la zona cottura è importante tener conto anche di consumi, garanzie di qualità e sicurezza.

In cucina la presenza contemporanea di acqua, gas ed elettricità impone precisi obblighi di progettazione, di installazione e di manutenzione costante.

Quali sono gli elementi che nella zona cottura devono essere a norma?

  • L’etichetta energetica. E’obbligatoria per le cappe aspiranti domestiche in tutti i Paesi UE e contiene: la classe, dalla A (massima) alla G (minima), l’indicazione del consumo annuo di energia stimato per l’utilizzo standard, in kWh/anno. Nella parte inferiore, riporta 4 parametri: la qualità e capacità di aspirazione, l’efficienza di illuminazione del piano cottura, l’efficienza di filtraggio grassi, la rumorosità, cioè il massimo livello di rumore generato nell’utilizzo normale, esclusa la funzione boost.

Non sono ancora coperti dall’obbligo dell’etichetta energetica le piastre ad induzione. I piani a gas, ad induzione, i forni e le cappe devono rispettare il Regolamento UE per la progettazione ecocompatibile, che stabilisce i limiti massimi di consumo energetico per i piani cottura elettrici e l’obbligo di indicare la potenza massima assorbita ed i limiti minimi di efficienza energetica per quelli a gas. Per questi ultimi, la scheda di prodotto riporta anche il valore dell’efficienza energetica EE dei singoli bruciatori e quella del piano calcolato per kg.

  • Marcature. Esistono due tipologie, quella obbligatoria, conosciuta come CE, riguarda gli apparecchi elettrici e tutti i prodotti disciplinati dalle direttive comunitarie e circolanti in Europa. Non prevede controlli da parte di organismi indipendenti, ma si basa su un’autodichiarazione di conformità resa dal fabbricante circa la rispondenza ai requisiti di sicurezza fissati per legge. Comprende il fascicolo tecnico ed il manuale di installazione, uso e manutenzione.

La seconda tipologia di marcatura è quella volontaria. Esistono altri marchi, da quelli di qualità a quelli commerciali ed ambientali, utili soprattutto per il consumatore, perché garantiscono che il prodotto finale abbia superato determinate prove e controlli da parte di un ente certificatore terzo e risponda ai requisiti di sicurezza. In Italia i più diffusi sono IMQ (rilasciato dall’Istituto Italiano del Marchio di qualità), NF (marchio di qualità francese) e DVE (tedesco). Riguardano il settore elettrico.

Tra i marchi ambientali, ISO14001 attesta che l’azienda rispetta tutte le leggi ambientali, sul rumore, sulle emissioni tossiche e di polveri, sullo smaltimento rifiuti, riduzione dei consumi energetici e che la stessa si impegna in progetti ambientali. L’Ecolabel assicura che il prodotto ha un ridotto impatto ambientale, mentre l’FSC garantisce l’uso di legno da foreste gestite in modo responsabile.

  • L’installazione per i piani a gas. Oltre all’obbligo della termocoppia, la norma UNI 7129-2015, stabilisce che il piano cottura a gas debba essere installato in un locale dotato di aperture permanenti di ventilazione verso l’esterno o di condotti di ventilazione, al fine di garantire il flusso d’aria adeguato.

L’espulsione dei fumi di combustione deve avvenire per mezzo di una cappa collegata ad un camino, ad una canna fumaria o scaricare direttamente all’esterno. Il tubo di collegamento alla conduttura del gas per i modelli ad incasso deve essere in metallo flessibile di lunghezza non superiore ai 2 m o rigido, in rame, con guarnizione in elastomero. Nelle cucine a libera installazione il tubo può essere in gomma (a norma UNI 7140) lungo massimo 1,5 m, da sostituire ogni 5 anni.

Le tubazioni non devono essere in contatto con quelle d’acqua; se sono vicine, devono essere protette da guaina impermeabile polimerica. In alternativa, si utilizzano tubi in rame o acciaio rivestito.

Il tubo non deve passare dietro il forno sottostante, né entrare in contatto con le pareti laterali di questo. Nel caso di nuova installazione del piano cottura a gas sull’isola è conveniente far predisporre la valvola di intercettazione sulla parete più vicina per poter scegliere in futuro di modificare la posizione del piano spostandolo sulle basi in linea addossate alla parete.

  • Piastre ad induzione. Come per il gas, l’allacciamento deve essere effettuato esclusivamente da un tecnico qualificato ed in base allo schema fornito dal produttore, che indica anche la tensione consentita per lo specifico apparecchio ed il relativo valore. Lo stesso vale il montaggio, perché una posa errata potrebbe danneggiare il piano (che comunque si consiglia di installare dopo gli arredi superiori, come pensili e/o cappa).

Occorre realizzare una linea di alimentazione dedicata, ad opera di un elettricista qualificato, da dimensionare in base alla potenza nominale del piano. La derivazione deve essere isolata e protetta contro le sovratensioni con un interruttore magno termico di protezione, a vista ed accessibile, da poter staccare all’occorrenza.

Per motivi di sicurezza è vietato utilizzare coperture sul piano ad induzione. Bisogna tenere sempre asciutte le zone cottura ed il fondo delle pentole ed è molto importante rispettare le avvertenze riportate nella documentazione tecnica allegata al prodotto.

I piani ad induzione sono generalmente dotati di dispositivo di disinserimento nel caso in cui una zona risulti in funzione da tempo prolungato, senza che siano state modificate le impostazioni.

Attenzione! Chi è portatore di un apparecchio medico attivo (pacemaker o defibrillatore) deve consultare un medico prima dell’acquisto perché potrebbe subire l’interferenza del campo magnetico.